Francia e Spagna a tutto gas (russo): e noi?
Il solito doppio standard mentre la Ue dorme e la Bce torna a brandire lo spauracchio spread
L’Armenia vuole entrare nella Ue e il Cremlino ricorda al governo di Erevan che rischia di perdere, insieme agli sconti sul gas, pure l’amicizia del popolo russo. Ci si aspetterebbe, a Bruxelles, una decisa levata di scudi. Eppure, mai come adesso, nessuno può parlare. Perché in quella gabbia di burocrati che è diventata l’Unione europea ognuno fa come gli pare. Senza che nessuno, a cominciare proprio dai funzionari Ue, dica nulla. Un report di Crea inchioda i Paesi europei alle loro responsabilità.
I Paesi Ue che comprano più gas russo
Ad aprile, la Francia è diventata il primo Paese Ue in termini di importazioni di gas russo. Seguita dal Belgio, e quindi dalla Spagna. A punteggiare la “classifica” ci sono Ungheria e Slovacchia, che però comprano da Mosca pure il petrolio e approfittano dei gasdotti ancora attivi tra loro e la Russia. I numeri dicono che ad aprile questi cinque Paesi da soli hanno speso poco meno di un miliardo e mezzo di euro per acquistare gas (957 milioni per il gnl, 419 milioni da gasdotto) e 189 milioni in petrolio. Il maggior importatore, la Francia, ha aumentato gli affari del 13% rispetto a marzo mentre l’import belga è aumentato addirittura del 33% su base mensile. In controtendenza, invece, la Spagna che ha visto scendere gli acquisti del 56%. Ma che, da parte sua, s’era già meritata la sua parte di gloria un mese fa quando, insieme al Portogallo, figurava tra i Paesi con importazioni più solide dalla Russia.
Ognuno per sé e gas per tutti
La vicenda è tutt’altro che banale, rischia anzi di diventare grottesca. Al netto di Ungheria e Slovacchia, che per ragioni tecniche e strategiche non sono in grado di liberarsi dalla dipendenza russa. Francia (e dunque Belgio) e Spagna sembravano al di là di ogni sospetto. La prima ha il nucleare, la seconda le rinnovabili. Erano modelli. E, detto senza ipocrisie, lo sono ancora. Il problema, però, è che se si chiama “mix” energetico un motivo c’è. E nessuno può sperare di campare su un’unica fonte di energia. Senza rischiare, come accadde proprio ai Paesi della penisola iberica, di rimanere incastrati in blackout e problemi. La questione si fa esiziale perché ogni Stato membro si fa la sua politica energetica. E Bruxelles sembra avere poca voce in capitolo. O, quantomeno, continua in un approccio che definire differenziato, forse, è ancora un pietoso eufemismo. Il problema si crea quando, per osservare i divieti e le sanzioni Ue, un Paese come l’Italia (che, nonostante tutto rappresenta pur sempre la seconda manifattura d’Europa) paga l’energia più di tutti gli altri anche per aver rinunciato al gas russo. Giungendo, come accaduto un anno fa, al paradosso di dover pagare, per l’energia, più di quanto non si faccia nella martoriata Ucraina.
E l’Italia che fa?
Si capisce, dunque, perché la proposta lanciata da Confindustria, quella sul mercato unico della “bolletta”, suoni a Berlaymont come una bestemmia urlata in Chiesa. Riprendere il dialogo commerciale con la Russia, nei fatti, non è però un tradimento di nessuno se persino il marchese (del grillo) Macron, il più battagliero di tutti, ha ripreso a importare gnl da Mosca come se non ci fosse un domani. Qualcuno ne prenda nota. Perché Spagna e Francia, oltre che il Belgio e le stesse Ungheria e Slovacchia sì, e l’Italia no? Eppure, mai come in questo momento, le condizioni sono eccezionalissime. In gioco c’è quel che rimane della produttività e dell’industria nazionale già messa a durissima prova dalla crisi innescatasi nel 2022. Gli altri si muovono, e noi?
La Bce stringe i cordoni della borsa
Non si fa un torto a nessuno perché è sempre più evidente l’inadeguatezza di una classe dirigente, quella europea, che non ne imbrocca più una. La Bce, ieri, ha ripetuto che le misure devono essere mirate, temporanee. In pratica, è tornata al suo catastrofico mantra di non aiutare, se possibile, né famiglie né imprese per evitare che poi si debba aver a che fare con l’inflazione. Un po’ come quando Lagarde e soci si aumentavano lo stipendio (negandolo ai dipendenti della stessa Bce, ma questa è un’altra storia) imponendo ai governi dei Paesi membri di bloccare gli adeguamenti salariali per la povera gente. È sempre la stessa storia, lì. Un po’ come le auto elettriche. Secondo Politico, i funzionari Ue non ne possono più di macchine a batteria. Sono lente, si scaricano troppo in fretta, le soste sono infinite. Percorrere il tratto tra Strasburgo e Bruxelles è uno strazio. Figurarsi farsi la Salerno-Reggio Calabria. Ursula, però, non ne vuol sapere. Lei mica ce l’ha, l’auto elettrica: di blindate, non ce n’è. L’Armenia è avvisata.
Torna alle notizie in home