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Economia

Il Castello di Carte

Confindustria striglia la Ue e Meloni ci mette il carico: Basta burocrazia

di Giovanni Vasso -


Il Castello di Carte. Dal sogno di Spinelli, all’incubo di Kafka. Altro che Ventotene, altro che Manifesto. Per anni ci hanno imbonito la retorica del Palazzo di Vetro, si scopre che a Bruxelles c’è un Castello di Carte. Bollate. E adesso lo dicono, a voce alta e squillante, pure gli industriali italiani. All’assemblea generale di Confindustria, quello di Emanuele Orsini è stato un atto d’accusa. Fondato sui numeri, chiaramente. “Negli ultimi 25 anni la quota di Pil mondiale prodotta dall’Unione europea è scesa di circa 7 punti percentuali”.

Il Castello di Carte che ammazza il futuro

E non è tutto: “In cifre assolute significa che, mantenendo invariata la quota sul Pil globale, l’Europa ha perso oltre 7mila miliardi di euro di pil, in gran parte finiti all’industria cinese”. Questa è la cornice. Poi ci sono (altri) dati da cui emergono considerazioni che sembrano più chiare di un diamante. L’Europa, ha detto Orsini, ha perso 250mila occupati nella manifattura “che si traducono in un milione di occupati in meno nell’indotto”. Cifre, queste, confermate dalla Commissione. “È avvenuto – ha tuonato Orsini – perché non facciamo politiche per mantenere l’industria nel nostro continente, al contrario la spingiamo ad andarsene e a delocalizzare”. Come? Semplice.

Il regno dei burocrati: “Fermateli”

Strangolando l’industria di regole, tasse e immergendola nella confusione: “Gli alti costi dell’energia, la mancanza di investimenti e regole asfissianti hanno mortificato l’iniziativa imprenditoriale e hanno intaccato i livelli occupazionali, spalancando i nostri mercati ai prodotti cinesi”. Che l’Europa sia diventata un Castello di carte, un regno in cui la miopia si sposa alla burocrazia lo testimoniano, ancora una volta, i numeri. “Nel 2025, la Commissione ha presentato al Consiglio 116 proposte legislative e 741 atti delegati. Le 72 condizioni poste da Bruxelles per il via libera al decreto bollette del nostro governo sono l’ultima conferma di quanto sia lunare la burocrazia europea”. Desolato, Orsini urla tutto il dolore e lo sdegno suo e degli industriali italiani: “Il nostro appello è uno solo: fermatela”.

Le riforme (vere) servirebbero a Bruxelles

Il nodo, che emerge pure dall’analisi del numero uno di viale dell’Astronomia, è legato (anche) ai trattati. Quella sarebbe la riforma principale da fare. E subito. Altro che road map, milestones e obiettivi Pnrr. Ma Orsini riconosce che “costruire un’Europa veramente federale richiede tempi lunghissimi, mentre oggi il fattore tempo è vitale”. L’Ue non ha manco il tempo di diventare qualcosa di diverso, di buono, rispetto allo scarafaggio che è diventata in questi anni, dal (già) banale Gregor Samsa che era. Dopo esser tornato a chiedere (invano) la sospensione degli Ets, Orsini ha regalato tre consigli non richiesti a Bruxelles. E che, con ogni probabilità, non saranno manco ascoltati. Ci vuole, ha detto il presidente di Confindustria, un mercato unico dell’energia, il coraggio di fare debito comune che mobiliti il risparmio privato. A Berlino avranno avuto un mancamento a sentire queste parole. Ma, secondo gli industriali, questa è l’unica via. Altrimenti il pericolo (vero) è che l’Ue possa perdere fino al 15% del suo Pil. Altro che Patti di stabilità, deroghe impossibili e regole contabili che si fanno dogmi di fede. Persino Patuelli, presidente dei banchieri Abi, ha detto che Bruxelles dovrebbe aprire un nuovo corso in pieno stile Pnrr. Ed è tutto dire. Ma nemmeno lui sarà ascoltato.

Il j’accuse di Giorgia Meloni

Giorgia Meloni, frustrata dai no continui, ci ha messo il carico. L’intervento della premier a Confindustria ha ristabilito la necessità di estendere la Zes a tutt’Italia, ha deplorato l’approccio integralista del Green Deal affermando che ha impoverito la produttività senza sortire effetti positivi e anzi consegnandoci “a nuove dipendenze”. Ha poi chiarito di considerare gli investimenti per la Difesa un prezzo necessario da pagare in nome della libertà. E, quindi, ha sganciato siluri all’indirizzo di Bruxelles. “L’Ue è un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica sugli approcci ideologici e tecnocratici contribuendo a spingere il continente verso un progressivo declino economico e geopolitico”. Boom.

L’Ue ha fallito il suo obiettivo storico e strategico?

E ancora: “Un’Europa inarrestabile nella sua capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune, ma esitante improvvisamente quando si tratta di far sentire la propria voce nelle dinamiche globali e le crisi ci hanno mostrato quanto fosse miope l’idea di un’Europa che pensava di poter limitare il suo ruolo a quello di piattaforma commerciale in una posizione quasi passiva tra l’America e i grandi attori asiatici lasciando ad altri il controllo sugli snodi fondamentali delle catene del valore”. Un Castello di Carte dominato da pavidi funzionari bravi ad opprimere i sudditi, meno a farne valere gli interessi. Servirebbe un Robin Hood ma di questo, Franz Kafka, non ha mai scritto. E a Bruxelles, guarda un po’, non ne hanno mai sentito parlare.


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