L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Food porn a tutto spiano: ma che cibo è?

Non si cerca più la sapidità di un prodotto locale, ma la sua resa scenica

di Dave Hill Cirio -


Il sapore non è più un ingrediente, avanza il food porn. Nel “ nuovo” dei sensi che domina la gastronomia contemporanea, la vista ha spodestato il palato trasformando la convivialità italiana in una performance ad uso e consumo degli algoritmi.

Che cibo è?

Il fenomeno, evoluto oggi nella sua versione 2.0 fatta di eccessi e “sconcezze” visive, ha superato la fase della tendenza digitale per diventare una mutazione antropologica che sta erodendo le basi della nostra identità culturale e della nostra sovranità alimentare.

La cucina italiana si è sempre fondata sul concetto di equilibrio, stagionalità e legame indissolubile con il territorio. Oggi, questa narrazione millenaria viene azzerata da un’estetica dello “sconcio” alimentare. Non si cerca più la sapidità di un prodotto locale, ma la sua resa scenica: la fluidità di una salsa colante, l’esagerazione delle dimensioni, il “crunch” sonoro del morso perfetto.

Food porn: obiettivo “bucare lo schermo”

È la cosiddetta “foodification”: la standardizzazione del gusto globale a favore della palatabilità estrema (grasso, dolce, salato) che possa “bucare lo schermo”. Molti ristoratori, per sopravvivere alla competizione social, stanno snaturando i propri menu inserendo ingredienti estranei alla tradizione pur di assecondare la viralità, rinunciando di fatto alla propria sovranità gastronomica per compiacere un pubblico che non mangia, ma osserva.

I numeri di una deriva

L’impatto di questa deriva, certificato dai numeri. L’hashtag #FoodPorn conta oltre 300 milioni di post globali. In Italia, contorni preoccupanti. L’engagement dei food influencer nostrani supera la media europea, alimentando imperi commerciali basati sull’estetica dell’eccesso. Il dato più allarmante riguarda i giovani: secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenti, oltre l’80% dichiara di scegliere un ristorante o un cibo basandosi esclusivamente sulla sua “estetica social”.

Le “esperienze alimentari” che diventano un lusso

Il cibo non è più nutrimento o cultura, ma un accessorio identitario da esibire, un “nuovo lusso” che sostituisce l’abbigliamento nel segnalare lo status sociale. intanto, la spesa per le “esperienze alimentari” delle famiglie alto-spendenti è cresciuta del 9% in dieci anni, trasformando il piatto in un oggetto fashion.

Questa sovraesposizione visiva ha ricadute dirette sulla salute pubblica. Negli studi dell’Università Cattolica di Milano la visione costante di cibo iper-processato che stimola la fame edonica guidata dall’impulso e la produzione di dopamina, alterando la percezione delle porzioni.

L’identità della tavola a rischio

Non è un caso che, nel 2026, i bambini obesi abbiano superato i sottopeso a livello globale. E il sovrappeso in Italia colpisce già il 50% degli uomini e il 34% delle donne. Al danno sanitario si aggiunge quello dello spreco alimentare. Per lo scatto perfetto o il video virale, si preparano quantità di cibo volutamente eccessive che spesso finiscono nella spazzatura.

La “resistenza”

In un Paese dove abbiamo a disposizione circa 3.700 kcal pro capite al giorno (quasi il doppio del fabbisogno reale), il cibo viene trattato come un “oggetto usa e getta”, in totale contrasto con i valori della dieta mediterranea basati sul recupero e sul rispetto della materia prima. Fortunatamente, anche se sempre sui social, nasce una resistenza.

Figure come Franchino er Criminale rappresentano la “vecchia scuola” che combatte contro le “marchette” dei food blogger e del food porn, rivendicando la veridicità del prodotto artigianale contro la finzione dei set fotografici. Un piatto “buono” non perché è bello da vedere, ma perché racconta la storia di chi lo ha prodotto, il rispetto per la terra e la sapienza di una preparazione che non può essere ridotta a un video di 15 secondi.


Torna alle notizie in home