Made in Italy a rischio. Confindustria allerta
Che la moda sia una cosa fin troppo seria, noi italiani, lo sappiamo benissimo. La sartoria, l’artigianato, il fashion, lo stile. Tutte parole che hanno un significato ben preciso e che contribuiscono a riempire di senso (non solo economico) il concetto di Made in Italy. Ecco, la moda è una cosa seria.
E i numeri snocciolati da Confindustria lo dimostrano. Nel 2025 il comparto tessile ha raggiunto un fatturato complessivo di poco inferiore ai 58,4 miliardi di euro. Le esportazioni, da sole, valgono poco meno di 37 miliardi di euro. Il saldo commerciale, il rapporto tra import ed export, è saldamente in attivo. E la bilancia commerciale pende, a favore dell’Italia, per ben 10,4 miliardi di euro. Eppure i numeri del comparto iniziano a sentire un affaticamento.
Già, perché nel 2025 fatturato ed esportazioni, seppur si siano tenuti su alti livelli, hanno accusato flessioni rispettivamente del 2,4% e dell’1,6 per cento rispetto al 2024.
Intendiamoci, non siamo di certo all’apocalisse. Anzi. Ma i segnali, come insegna il saggio, sono per chi sa interpretarli, capirli. E tradurli in azioni. Viviamo un’epoca complessa. Alla situazione generale, quella che vede la crisi energetica (l’ennesima) azzannare le imprese e le famiglie, si affianca la concorrenza sempre più spietata dei modelli di fast fashion e, soprattutto, dei colossi digitali. Si parla, di solito, sempre delle piattaforme cinesi. Che pure recitano una parte (da protagoniste assolute) in commedia.
Shein e Temu, però, rappresentano solo la punta di un iceberg ben più profondo e solido. Che incide sulla vita di ciascuno di noi. Già, perché i negozi chiudono e i centri storici si desertificano, tanto per dirne una.
Le imprese che operano nel comparto tessile e dell’abbigliamento in Italia, stando ai dati pubblicati dal Rapporto di Confindustria Moda, sono 37.331. E danno lavoro a ben 372.200 addetti, rappresentando il 9,5% dell’occupazione manifatturiera italiana. L’abbigliamento si conferma inoltre tra i principali motori economici del Paese, sicuramente il principale della filiera di riferimento.
Il settore, infatti, genera il 68,6% del fatturato e il 73,9% delle esportazioni complessive. Il tessile, invece, continua a rappresentare un presidio essenziale di competenze, innovazione e specializzazione produttiva. Un posizionamento che risulta strategico, eccome, sul piano internazionale. Dove la produzione tricolore difende numeri da primato.
Circa il 30% dell’intera produzione europea di tessile-abbigliamento, arriva dall’Italia. Che, pertanto, si conferma il principale produttore dell’Unione Europea. Contestualmente, l’Italia è il secondo esportatore europeo e il quinto esportatore mondiale del comparto. Mentre la Francia si conferma il primo partner commerciale del tessile-abbigliamento italiano, seguita da Germania e Stati Uniti.
L’anno che ci siamo lasciati alle spalle, però, non è stato un ottimo momento per l’alta moda né tantomeno per il lusso. E se i commerci europei si sono rafforzati, la domanda internazionale ha iniziato a subire delle flessioni. Dai dazi americani fino alle fibrillazioni in Medio Oriente, passando poi per le guerre commerciali tra Bruxelles e la Cina. Di dossier aperti e di trappole disseminate lungo il cammino, per le imprese della moda italiana, ce ne sono. Eccome.
Ma bisogna restare vigili e continuare a produrre (e a vendere, possibilmente bene) eccellenze uniche che solo il nostro Paese può offrire al resto del globo. “Lo Stato della Moda racconta un settore che sta affrontando una trasformazione profonda, ma che continua a rappresentare uno degli ecosistemi industriali più strategici del Paese – ha evidenziato Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda -. Dietro ai numeri ci sono imprese che investono, innovano e difendono competenze uniche al mondo. Oggi più che mai serve una visione industriale comune, in grado di accompagnare le transizioni in corso senza disperdere il patrimonio manifatturiero italiano. Il Tessile-Abbigliamento resta una filiera centrale per l’economia, l’occupazione e la competitività del Made in Italy in Europa e nel mondo”.
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