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Cronaca

La difesa è sempre legittima – o almeno dovrebbe esserlo

di Alberto Filippi -


L’11 giugno 2026 la Corte di Assise di Lucca ha emesso la sua sentenza sul caso di Cinzia Dal Pino: 18 anni di reclusione per omicidio volontario nei confronti dell’imprenditrice balneare viareggina di 65 anni, rea di aver ucciso con il suo SUV Noureddine Mezgui, il 52enne marocchino che pochi minuti prima le aveva strappato la borsa. La procura, si badi bene, aveva chiesto l’ergastolo.

Diciotto anni per una donna che aveva subìto un furto, non aveva il telefono per chiamare i soccorsi perché era nella borsa rubata, e ha reagito d’istinto nel modo più sbagliato, ma umanamente comprensibile. Diciotto anni. Non un ammonimento. Non una pena sospesa. Diciotto anni.

Qualcuno a questo punto dirà: “Ma la legge è uguale per tutti.” Ed è proprio qui che casca l’asino — e con esso un intero sistema giuridico che ha perso il senso della realtà.

Pochi mesi prima, a dicembre 2025, la Corte d’Assise d’Appello di Torino aveva confermato la condanna di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che nel 2021 aveva sparato ai rapinatori che avevano fatto irruzione nel suo negozio. La condanna definitiva in secondo grado: 14 anni e 10 mesi di carcere. Roggero aveva dichiarato che i giudici “non hanno avuto coraggio”, sostenendo di aver agito in legittima difesa. Il complice dei rapinatori, l’uomo che faceva da palo e che era sopravvissuto, aveva patteggiato quattro anni e dieci mesi.

Il criminale: quattro anni. La vittima che si è difesa: quattordici. La matematica della giustizia italiana ha una sua logica tutta particolare.

E poi c’è il terzo scenario, quello che dovrebbe far vergognare chiunque indossi una toga o sieda in parlamento: le forze dell’ordine che inseguono un malvivente in fuga, il criminale che guida contromano, brucia semafori, mette a rischio la vita di chiunque gli capiti davanti — e quando finisce contro un palo o sotto le ruote del proprio stesso mezzo, la Procura indaga i carabinieri o i poliziotti che lo inseguivano. Non il fuggitivo che ha scelto di mettere a repentaglio ogni vita in quella strada.

I tutori dell’ordine. L’Italia, paese in cui puoi essere indagato per aver fatto il tuo dovere.

Esiste un principio giuridico elementare, di buon senso prima ancora che di diritto, che sembra essere scomparso dal vocabolario dei nostri tribunali: chi sceglie deliberatamente di porsi fuori dalla legge non può pretendere di essere tutelato dalle stesse norme che sta violando. Non stiamo parlando di un cittadino che passeggia e viene investito. Stiamo parlando di chi ha appena strappato una borsa a una donna di 65 anni. Di chi ha puntato una pistola in faccia a un gioielliere.

Di chi preme l’acceleratore per non fermarsi a un posto di blocco, consapevole che quella fuga è già di per sé reato. In quel momento preciso — nel momento in cui si sceglie di delinquere — si accetta implicitamente un patto con il rischio. Si decide di entrare in una zona dove le regole del vivere civile vengono sospese da chi le infrange, non da chi le difende.

Questo non significa giustificare la vendetta, né auspicare il far west. Significa affermare qualcosa di molto più semplice e molto più giusto: la difesa è sempre legittima. Quella frase va scolpita nella pietra, non annegata nelle eccezioni processuali.

È necessario introdurre nel nostro ordinamento un principio chiaro: chi è colto nell’atto di commettere un reato, chi fugge dalle forze dell’ordine, chi rapina, chi scippa, chi viola il domicilio altrui, in quel momento perde la tutela giuridica che lo equipara a chi le leggi le rispetta.

Non definitivamente, non per sempre — una volta catturato e consegnato alla giustizia, ogni garanzia processuale torna ad applicarsi, com’è giusto che sia. Ma fintanto che quel criminale è libero, armato del proprio crimine in corso, potenzialmente pericoloso per chiunque gli si pari davanti, deve sapere che il rischio è tutto suo.

Il messaggio deve essere cristallino: vuoi essere al sicuro? Non rubare. Non rapinare. Non fuggire. Alza le mani, consegna la refurtiva, aspetta le forze dell’ordine. Ogni altra scelta è una scelta consapevole di entrare in un territorio dove non puoi pretendere che sia la vittima a pagare il conto.

Sarebbe disonesto non chiedersi come si sia arrivati a questo punto. Le sentenze non nascono dal nulla: nascono da una cultura giuridica, da interpretazioni legislative, da scelte politiche stratificate nel tempo. E quelle scelte — la progressiva erosione della legittima difesa, la retorica dei “diritti del reo” elevata a dogma, la criminalizzazione sistematica di chi reagisce — non le ha fatte questo governo, né le ha proposte la destra italiana.

Sono il frutto avvelenato di decenni di egemonia culturale progressista nella magistratura e nel dibattito pubblico, coltivato con cura da una certa sinistra che ha trovato nel garantismo selettivo — garantista con i criminali, giustizialista con gli avversari politici — una rendita elettorale assai conveniente. Perché conviene, elettoralmente.

Caino vota tanto quanto Abele. Peccato che questa contabilità si paghi sulla pelle di Cinzia Dal Pino, di Mario Roggero, di ogni carabiniere che domani dovrà decidere se inseguire o lasciar scappare, sapendo che in entrambi i casi rischia di finire sotto processo.

In fondo, il paradosso è tutto qui: in un Paese civile si punisce chi delinque. Nel nostro, si condanna anche chi ha avuto la cattiva abitudine di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato — cioè, di essere la vittima.


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