Parla Luigi Marattin: “Tra Fratoianni e Vannacci la mia scommessa è il centro liberale”
“Esiste un pezzo d’Italia che non si sente rappresentato dal centrosinistra e dal centrodestra attuali, perché sono diventati due ‘brand’ che hanno cambiano forma e contenuti nel tempo e oggi sono sostanzialmente due contenitori i cui pezzi stanno insieme solo per non far vincere l’altro”. Così Luigi Marattin, che col suo Partito Liberaldemocratico – di cui è segretario da giugno 2025 – si candida a offrire un’alternativa a quanti non si sentono rappresentati dai due poli. “Un elettore che oggi non vuole rischiare col proprio voto di mandare Fratoianni o Vannacci a fare i ministri, chi deve votare? Al momento non c’è un’offerta politica che possa garantire quel pezzo d’Italia che si riconosce in un’impostazione liberale, che abbia l’obiettivo di ridurre la presenza dello Stato e favorire concorrenza e mercato. Il partito Liberaldemocratico nasce per costruire, speriamo assieme ad altri, quel pezzo di rappresentanza politica che oggi non c’è”
Gli altri sono Calenda e Picierno?
“Spero si possa dare forma, con chi ci sta, ad un’area politica fuori dagli estremismi e dai populismi, che possa farsi promotrice di una riforma radicale della scuola che non abbia paura dei sindacati, di una riforma del mercato del lavoro, di una riduzione della spesa pubblica per ridurre le tasse agli italiani”
Con il leader di Azione lei ha già avuto a che fare ai tempi di Italia Viva… È possibile oggi un percorso comune?
“All’epoca, fra Calenda e Renzi, era una sorta di rapporto fra due ‘monarchi’. Adesso siamo in una fase nuova. Stimo molto Carlo, è una persona capace di trasformare le idee in risultati concreti. Vedremo se riusciremo a costruire un’area politica in cui la cooperazione prevalga sulla competizione”.
Se dovesse spiegare il suo programma in due minuti?
“Tre punti. Primo: ridurre dell’1% all’anno la spesa pubblica per cinque anni. Lo fanno le famiglie quando serve, può farlo anche lo Stato. Così si liberano circa 70 miliardi da destinare a un taglio serio delle tasse. Secondo: lo Stato oggi fa troppe cose e spesso le fa male. Si concentri su sicurezza, giustizia, immigrazione, funzioni che solo lo Stato può svolgere. Terzo: concorrenza e mercato non sono parolacce, ma strumenti di crescita e innovazione”.
Rispetto al primo punto, perché nessuno ci è riuscito prima?
“Per due ragioni. La spesa pubblica viene spesso usata per costruire consenso: tagliare significa dire dei no. E poi servono visione e programmazione. In Italia la politica ragiona fino al prossimo sondaggio, non ai prossimi cinque anni”.
Il governo Meloni rivendica stabilità e crescita…
“La stabilità è un valore e riconosco al governo il merito della tenuta dei conti pubblici, del sistema pensionistico e della crescita occupazionale. Ma il problema italiano è strutturale: negli ultimi trent’anni abbiamo avuto una delle crescite più basse del mondo occidentale. Su questo servono riforme profonde che ancora non vedo. A partire da quella fiscale che, al netto del miglioramento di qualche procedura, è ferma al 20 giugno 1969. Anno di nascita dell’ex direttore dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini, peraltro…”.
A proposito di Ruffini, oggi promotore di un soggetto politico che propone ricette più o meno liberali e riformiste: un’area affollata… da Onorato a Ruffini, appunto. Ma gli italiani sembrano premiare gli “estremi”.
“Quelli che lei cita stanno chiaramente a sinistra, nel Campo largo coi Cinque stelle e Bonelli. Poi ci sono altri, come Maurizio Lupi, che stanno a destra. Al centro vero ci sono il Partito Liberaldemocratico, Azione e vedremo cosa nascerà dalle iniziative di Picierno. Se sono rose, fioriranno, come le dicevo. Per quanto riguarda gli ‘estremi’, da quindici anni funziona così: arriva qualcuno, promette soluzioni semplici a problemi complessi, cresce rapidamente e poi delude. È successo più volte. Mi chiedo: davvero vogliamo continuare a scegliere tra chi promette espulsioni di massa inattuabili e chi propone sussidi permanenti?”
La sicurezza però resta una domanda reale del Paese.
“Assolutamente. Noi abbiamo elaborato proposte concrete, avvalendoci anche della collaborazione di un generale, Pietro Serino. Ad esempio: quanti agenti sono oggi bloccati dietro una scrivania invece che sul territorio? Anche sulla sicurezza il problema non è soltanto spendere di più, ma spendere meglio”.
E sull’immigrazione?
“Bisogna accelerare i rimpatri quando necessario, ma anche gestire meglio l’immigrazione regolare. Chi arriva deve imparare la lingua, conoscere le regole, essere accompagnato in un percorso di integrazione. Oggi il sistema funziona male sia per chi arriva sia per il Paese che accoglie”.
Vannacci su questi temi ci sta costruendo un consenso crescente…
“Penso che gli italiani debbano chiedersi se le ricette urlate abbiano davvero prodotto risultati quando sono state proposte in passato. La politica non può diventare un reality show in cui si vota sempre l’ultimo personaggio che arriva”.
Il liberalismo, però, in Italia è una cultura politica molto forte nei contenuti ma poco riconoscibile elettoralmente…
“Vero, perché è sempre stato percepito come elitario. Dovrebbe invece passare il concetto che il liberalismo non è materia da conversazione nei salotti, ma è molto più attinente alla vita quotidiana di ciascuno di noi di quando si possa credere. È riuscire a spiegare a chi vive nelle periferie che avere un lavoro non deve dipendere dalla raccomandazione o dal favore politico, ma dal merito. È dire che una parte maggiore dei soldi guadagnati deve restare nella busta paga dei cittadini. La sfida del partito Liberaldemocratico oggi è far capire che il liberalismo non è una teoria per pochi, ma una proposta concreta per migliorare la vita quotidiana delle persone”
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