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Il bluff della (solita) patrimoniale. Quali ricchi, la mazzata è per tutti

di Redazione L'Identità -


DI RAFFAELE BONANNI

Come le rondini in primavera, ad ogni vigilia elettorale torna a volare la proposta della patrimoniale. Cambiano i protagonisti, non cambia il copione. La sinistra la ripropone come la soluzione semplice a problemi complessi: tassare i ricchi per aiutare i poveri. Uno slogan apparentemente suggestivo, ma fondato su un equivoco tanto antico quanto pericoloso.
La realtà italiana racconta infatti una storia diversa. Ogni volta che si è cercato di colpire la ricchezza, il conto è finito sulle spalle del ceto medio. Per una ragione elementare: i grandi patrimoni finanziari possono spostarsi, gli immobili no. E poiché lo Stato ha già spremuto il reddito da lavoro oltre livelli fisiologici, l’abitazione, il risparmio accumulato in una vita, la seconda casa ereditata diventano il bersaglio più facile.

Eppure il lavoro dipendente italiano è già tra i più tassati d’Europa. L’aliquota massima IRPEF raggiunge il 43%, cui si aggiungono le addizionali regionali e comunali. Queste ultime valgono complessivamente oltre 23 miliardi di euro l’anno. In molte realtà territoriali il prelievo effettivo supera abbondantemente quello nominale e si somma a contributi sociali che gravano sia sul lavoratore sia sull’impresa.
Ma il fisco italiano non si esaurisce nell’IRPEF. Esiste una costellazione di prelievi che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. Chi acquista un’automobile paga IVA, imposta provinciale di trascrizione, bollo e, nei casi previsti, perfino il superbollo. A ciò si aggiungono le accise sui carburanti, tra le più elevate d’Europa. La Tari, formalmente corrispettivo di un servizio, è strutturata e percepita da milioni di famiglie come una vera imposta patrimoniale aggiuntiva. E l’elenco potrebbe continuare.

Non si tratta di casualità. Molti di questi balzelli sono stati introdotti per sostenere il decentramento amministrativo senza ridurre le entrate centrali. Lo Stato ha conservato integralmente il proprio gettito e ha consentito a Regioni e Comuni di reperire ulteriori risorse attraverso nuove forme di tassazione. Il risultato è che il cittadino paga più volte per gli stessi servizi.
Non sorprende allora che la pressione fiscale complessiva abbia superato il 43% del PIL, collocando l’Italia stabilmente ai vertici europei. Ancora più significativo è il fatto che il gettito IRPEF sia sostenuto prevalentemente da una quota relativamente ridotta di contribuenti. Una minoranza paga gran parte dell’imposta sul reddito mentre milioni di contribuenti versano importi modesti o nulli. Non è una colpa. È semplicemente il riflesso di un sistema che concentra il prelievo sempre sugli stessi soggetti perché sono più facilmente individuabili e tassabili.

A questo si aggiungono evidenti sperequazioni tra le diverse forme di lavoro. Con tutto il rispetto per il lavoro autonomo e per le partite IVA, resta difficile comprendere perché il lavoro dipendente continui a sopportare livelli di imposizione spesso superiori senza adeguate compensazioni.
Ancora più incomprensibile è quanto accade sul versante della spesa pubblica. Mentre aumentano tasse, imposte e addizionali, crescono apparati, strutture, assessorati, incarichi e sottosegretari. Nel frattempo i cittadini attendono risposte sulla qualità della sanità, dei trasporti e dei servizi essenziali.
I salari italiani restano tra i più bassi dell’area OCSE. Le cause sono molte, ma tra queste figurano certamente l’eccessivo peso fiscale sul lavoro, il costo contributivo e la persistente disattenzione verso il merito e verso i salari collegati alla produttività.

Se davvero si volesse perseguire la giustizia fiscale, la battaglia sarebbe un’altra: ridurre il carico sul lavoro, eliminare le distorsioni, allargare la base imponibile e pretendere efficienza nella spesa pubblica. Invece si continua a riesumare la patrimoniale, il più comodo degli slogan. Una bandiera ideologica che promette di colpire pochi privilegiati ma che, puntualmente, finisce per presentare il conto al ceto medio. Più che una proposta economica, un artificio propagandistico utile a raccogliere applausi e a illudere i grulli.

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