Adinolfi al Pride: il gesto non regge la storia
Un uomo, una piazza e una bandiera che non colmano la distanza tra ciò che si dice e ciò che si è
Mario Adinolfi che arriva al Pride con una bandiera di Israele non è una provocazione clamorosa né un gesto eroico: è una scena qualunque, una di quelle che potresti vedere ovunque, in mille versioni diverse, perché racconta qualcosa che ormai è diventato normale.
Racconta di persone che entrano in contesti che non conoscono, che si affidano a simboli più grandi di loro, che cercano un ruolo senza averlo davvero. E in questo, – il buon Mario – non è speciale: è uno dei tanti.
Fascisti arcobaleno
Lo si vede avanzare verso la folla con passo sicuro, ma quella sicurezza ha qualcosa di fragile, come quando cerchi di sembrare convinto anche se non sai bene cosa stai facendo lì. La piazza reagisce, la polizia interviene, lui parla di “fascisti arcobaleno”, e tutto scorre in modo quasi automatico, come se fosse una scena già vista, già scritta, già pronta a ripetersi con altri volti e altre bandiere.
Poi arriva la spiegazione: dice di voler difendere gli omosessuali perseguitati nei Paesi islamici. Lo dice con convinzione, e non c’è nulla di male in questo, ma resta quella sensazione sottile che qualcosa non torni, che ci sia uno spazio vuoto tra le parole e la storia che le precede.
Una distanza che non riguarda solo lui: riguarda il nostro tempo, in cui si cambia posizione con una facilità che lascia dietro di sé una voragine, una mancanza di continuità e una forma di incoerenza diffusa che non fa rumore ma si sente.
Esprit du Temps
La scena del Pride diventa così un piccolo esempio di qualcosa di più grande: persone che cercano un posto in un mondo che cambia troppo in fretta, che provano a reinventarsi senza aver chiuso i capitoli precedenti, che parlano di valori che stanno ancora imparando a capire.
Non è un giudizio, è un dato di fatto: viviamo in un’epoca in cui le identità si spostano più velocemente delle convinzioni, e questo crea momenti come questo, in cui tutto sembra un po’ fuori fuoco.
Alla fine resta un uomo scortato fuori da una piazza che non lo riconosce, con una bandiera stretta in mano e un ruolo che non gli compete. E resta soprattutto l’idea che questa scena potrebbe ripetersi ovunque, con chiunque. Perché l’incoerenza non è più un’eccezione: è diventata una condizione comune, un modo di stare nel presente mentre cerchiamo ancora di capire perché siamo li.
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