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Giulia Tramontano: per la Cassazione il piano di morte era maturato mesi prima

di Priscilla Rucco -


IL CASO DI SENAGO E LE MOTIVAZIONI DELLA CASSAZIONE SULL’APPELLO BIS

Il proposito di uccidere Giulia Tramontano e il bambino che aspettava, non sarebbe nato nel pomeriggio del 27 maggio 2023, ma avrebbe preso una lucida forma con largo anticipo.

Questa è l’interpretazione della Corte di cassazione nelle motivazioni – depositate nei giorni scorsi – della decisione con cui, lo scorso 9 aprile, i giudici di legittimità hanno disposto un nuovo processo d’appello per riesaminare l’aggravante della premeditazione a carico di Alessandro Impagnatiello, l’ex barman, oggi detenuto nel carcere di Pavia e condannato all’ergastolo per il delitto di Senago, nel Milanese. Sedici pagine in cui la Suprema corte indica diverse lacune nella ricostruzione dei giudici di secondo grado.

L’idea maturata nei mesi

Secondo la prima sezione penale, presieduta da Monica Boni, agli atti del processo esistono elementi sufficienti a ritenere che l’idea di uccidere la compagna, incinta di sette mesi, fosse affiorata molti mesi prima dell’aggressione mortale. Il punto centrale riguarda la somministrazione di veleno per topi, avviata nel dicembre 2022 e via via sempre più intensificata attraverso un aumento delle dosi che, sottolineano i magistrati, sarebbe diventato particolarmente marcato nell’ultimo mese e mezzo di gravidanza.

Anche la decisione di colpire, nel giorno del delitto, andrebbe collocata non in un gesto improvviso, ma in un arco di ore precedenti, riconducibile al momento in cui l’uomo apprese dell’incontro tra la fidanzata e l’altra donna con cui intratteneva una relazione parallela.

La premeditazione caduta in appello

Nel giugno 2025 la Corte d’appello di Milano aveva confermato l’ergastolo per Impagnatiello, riconosciuto colpevole di aver ucciso la fidanzata Giulia Tramontano, con 37 coltellate nell’abitazione che i due condividevano e di averne occultato il corpo, ritrovato soltanto quattro giorni dopo. I giudici di secondo grado avevano però lasciato cadere l’aggravante della premeditazione – presente invece nella prima condanna – mantenendo quelle della crudeltà e del legame di convivenza.

Per la Corte territoriale mancavano prove per anticipare la volontà omicidiaria rispetto al giorno vero e proprio dell’aggressione mortale. Il veleno, in quella ricostruzione, sarebbe servito a provocare un aborto e non la morte della donna.

Le ricerche di Impagnatiello online sul veleno

La cassazione individua ora una serie di passaggi non adeguatamente valutati. Tra questi, le consultazioni in rete dell’imputato su sostanze tossiche, comprese quelle dedicate a veleni letali e a preparazioni casalinghe.

Particolarmente significativa, per i giudici, è una ricerca del 7 gennaio 2023, due giorni dopo che l’uomo aveva convinto la compagna a rinunciare a un’interruzione di gravidanza già fissata: in quell’occasione avrebbe cercato informazioni sulla quantità di veleno necessaria a uccidere una persona e su sostanze inodori e insapori.

Dettagli che, nella nuova valutazione, andranno letti alla luce dell’intero rapporto tra i due, dal dicembre 2022 fino al pomeriggio del delitto.

Il ricorso e le parti in causa

Il nuovo giudizio era stato sollecitato dalla Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nanni, con l’intervento in aula della sostituta Elisabetta Ceniccola; per l’imputato è intervenuta l’avvocata Samanta Barbaglia, mentre il padre della vittima, Franco Tramontano, è assistito dal legale Nicodemo Gentile.

La condanna all’ergastolo, va ribadito, resta confermata: l’appello bis, che si celebrerà davanti a un’altra sezione della Corte milanese, riguarderà soltanto il riconoscimento o meno della premeditazione, aggravante dal valore soprattutto simbolico ma decisiva nel definire la lucidità del disegno criminoso.

La famiglia e l’attesa del nuovo processo

L’esclusione dell’aggravante, un anno fa, aveva suscitato la dura reazione dei familiari di Giulia. La sorella Chiara aveva affidato ai social, parole di sdegno verso una decisione percepita come un’offesa alla memoria della giovane uccisa e di Thiago.

Per i parenti, la nuova pronuncia rappresenta una nuova possibilità di vedere riconosciuto il carattere pianificato e lucido di un delitto che ha tolto la vita a una donna e al bambino mai nato che portava in grembo.


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