Leone XIV in visita a Pavia
La visita di Leone XIV a Pavia il 20 giugno scorso comincia poco prima delle tre del pomeriggio quando l’elicottero “papale” atterra in Lombardia.
La prima tappa è il Centro nazionale di adroterapia oncologica, polo di ricerca di eccellenza dove «l’energia nucleare è a servizio dell’uomo e della cura dei tumori, non strumento di morte», spiega il vescovo Corrado Sanguineti.
Tale visita del Pontefice quindi, è stata molto significativa ed attesa in quanto tale città inoltre, ospita le reliquie da oltre tredici secoli del santo vescovo di Ippona, di cui Leone XIV si può ritenere figlio spirituale. Infatti nel motto agostiniano caro a Prevost : “Nell’unico Cristo siamo uno” viene identificata la sua chiesa che avanza unita nella società.
A tal proposito è stato accolto nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, dove sul sagrato ha salutato i malati e i disabili. Poi ha incensato il monumento funebre contenenti le reliquie di sant’Agostino raccogliendosi in preghiera: a mani giunte, in piedi, con il volto commosso. Ad accompagnarlo il canto Magne Pater Augustine.
Quindi accende la lampada volitiva, omaggio al santo e dalla sua sosta davanti al “dottore della Chiesa e della grazia” che lo guida fin dai primi passi della sua chiamata vocazionale. E quindi l’importante richiamo a essere «costruttori di pace». Il monito: «Non si può amare Dio se non si ama il fratello». L’incontro con i piccoli pazienti malati di tumore: «Dio non vuole che nessuno soffra». Rivolto alla Chiesa: “non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e alla secolarizzazione”.
Inoltre invia ai fedeli in quanto cittadini, un appello alla «buona cittadinanza» quello che consegna il Pontefice si può ritenere un insegnamento nel solco della scuola di Agostino, il santo della “città di Dio” che modella la “città dell’uomo”.
Proprio la città è al centro della riflessione di Leone XIV con cui conclude le sue quattro ore a Pavia. «Il nome “città”, dal latino civitas, indica, oltre che un luogo, una condizione umana: la città è una per tutti, è singolare e plurale. Essere sociali significa essere solidali, comportandosi da autentici soci: motivati dal bene comune e non da interessi di parte». E aggiunge: «I cittadini sono sempre concittadini. Difatti, si chiama appunto “Comune” l’ente democratico che si prende cura della città, promuovendo il benessere di quanti vi abitano».
Poi consegna l’ulteriore riflessione: «Poiché il popolo è responsabile dello spazio pubblico, davanti alle sfide attuali chiediamoci che cosa fortifica e che cosa erode le nostre case: domandiamoci che cosa rende stabile e che cosa ferisce la nostra società. Altrimenti, ciò che è di tutti rischia di diventare di nessuno: quando l’indifferenza sembra disgregare la nostra comunità, occorre rinnovare l’attiva partecipazione di tutti alla vita cittadina. Dinanzi a forme di degrado e di analfabetismo civico, siamo chiamati a condividere linguaggi di dedizione e di servizio».
Insomma, potremmo dire da una parte che la politica è vista come servizio e dall’altra che l’educazione in generale e quella civica in particolare ( che andrebbe reintrodotta nelle scuole), deve essere presa come bussola per tutti i cittadini e soprattutto indirizzare i ragazzi di oggi, che saranno gli adulti di domani.
Il Vicario di Cristo è così attento al bene comune che il suo discorso sembra quasi un richiamo se non un manifesto rivolto ai cattolici di dedicarsi maggiormente alla politica, in quanto ha citato anche la Costituzione riferendosi alla persona-comunità con il richiamo alla dignità e i suoi valori. Inoltre l’esortazione a valorizzare anche le radici cristiane dell’Italia, con la croce presente anche nello stemma araldico di Pavia, affermando a tal proposito: “ben più di un solo stemma araldico, una sintesi culturale”. Insomma Sant’Agostino nel suo “De Civita Dei” va a redigere un trattato apologetico del cristianesimo nei confronti della civiltà pagana. Quindi potremmo dire che forse insieme alla dottrina sociale della chiesa, qualsiasi politico, dovrebbe leggere.
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