In Italia cresce la space economy
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L’Italia punta alla Luna. E non solo con Luca Parmitano. Certo, è un orgoglio per il nostro Paese – e anche per la Sicilia – poter vantare di essere la patria del pilota della missione Nasa Artemis III. Ma se rimanesse un mero esercizio retorico, forse, un risultato importante come quello di Parmitano rischierebbe di non germogliare davvero. L’esempio, infatti, prospera nell’ispirazione e, soprattutto, nei fatti. L’Italia, a questo proposito, ha intenzione di farli. Eccome.
Lo spazio è l’ultima frontiera e il nostro Paese non vuole di certo restare ad aspettare. Il governo, su ciò, è stato chiaro. Già a maggio scorso, la premier Giorgia Meloni aveva annunciato, alla riunione del Comint, un investimento imponente, anzi “da record”. Otto miliardi (anzi, per la precisione 7,8 miliardi di euro) spalmati su tre anni. Di questi, ben 3,5 miliardi andranno a progetti dell’Esa, l’agenzia spaziale europea. Altri 2,3 miliardi saranno destinati all’Asi, l’agenzia spaziale italiana e, infine, altri due miliardi sono legati alle progettualità presenti nel Pnrr. “Abbiamo grandi gruppi, piccole e medie imprese innovative, start-up, università, centri di ricerca, distretti territoriali, oltre ad un capitale umano che ogni giorno è in grado di costruire valore e che ci consente di restare competitivi. È un tessuto che questo governo ha scelto di sostenere con convinzione e con risorse significative”, aveva spiegato la premier. L’obiettivo, poi, è stato confermato nei giorni scorsi dal ministro all’Industria Adolfo Urso. Che, insieme agli investimenti, ha snocciolato pure i numeri di un comparto che diventa sempre più importante.
Stando ai dati Mimit, la Space Economy italiana fattura qualcosa come 3,1 miliardi di euro. E pensare che, solo qualche anno fa, non riusciva a raggiungere la soglia dei due miliardi di fatturato. In tre anni, ha riferito Urso, la crescita del comparto è stata pari al 23,3 per cento. E gli investimenti esteri diretti sono aumentati del 37,1%. Oggi la filiera dà lavoro 8.900 addetti. Fino al 2022 erano 5.900. Il tema decisivo, se possibile, è ancora un altro. Già perché l’Italia ha saputo “crearsi” una filiera dell’aerospaziale tutta in casa. E, soprattutto, l’ha fatto superando i divari territoriali e distribuendo, tra Nord e Sud, strutture, laboratori e aziende legate appunto alla Space Economy nazionale. La struttura italiana si regge su quattro Space factory e 16 distretti regionali.
L’aerospaziale, oggi più che mai, è un settore strategico. Perché si intreccia alla digitalizzazione, all’acquisizione dei dati e al loro riutilizzo, all’energia. E poi c’è la corsa allo spazio, e alla Luna in particolare, che è ripartita con meno fanfare ma più concretezza rispetto agli anni ’60. È un comparto nevralgico perché afferisce, tra le altre cose, anche a tutta la galassia dei satelliti artificiali. Va da sé, dunque, che avere un comparto attivo, dinamico e in piena salute consente all’Italia di stringere intese e accordi internazionali da una posizione strategica.
L’ultimo, solo in termini di tempo, è stato stretto (tramite l’Ue) con la Corea del Sud. Alleanze, però, hanno consentito alla Space Economy italiana di dialogare con l’Arabia Saudita, persino con l’India.
Ma è col Giappone che l’intesa appare (ancora) più forte e interessante. Nell’ultimo summit tra Giorgia Meloni e Sanae Takaichi, tenutosi a Villa Pamphilj a Roma, i governi di Roma e Tokyo hanno convenuto sulla necessità di “approfondire ulteriormente la cooperazione tra Giappone e Italia in questo importante settore, consolidando le partnership esistenti, tra cui quella tra l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Agenzia Aerospaziale Giapponese”. Un impegno, questo, che rientra nel Piano d’azione 2024-27 e che è ritenuto uno dei capisaldi “di questa collaborazione”, che mira “a stimolare l’innovazione e a promuovere la crescita economica”.
Accanto ai risultati (e alle ambizioni) economiche c’è pure il tema del diritto. Già, perché le leggi sono fondamentali. Ecco, l’Agenzia spaziale italiana vuol portare il diritto spaziale al centro del dibattito globale. E adesso può farlo dalla cattedra del Copuos, il Comitato delle Nazioni Unite per l’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico. Un organismo a cui aderiscono 110 Paesi e di cui il nostro è stato tra i membri fondatori nell’ormai lontano 1959.
L’Italia presiederà il Comitato per il biennio 2026/27. La presidenza del Copuos è stata affidata al presidente dell’Asi Teodoro Valente. Una sfida di sicuro difficile. Specialmente adesso, in un’era in cui l’Onu non se la passa benissimo.
Ora più che mai che tutte le grandi potenze puntano, con decisione, a raggiungere per primi la Luna. Non è facile, per carità. Così come non lo è pianificare un viaggio interstellare. Perciò, forse, è più affascinante.
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