Le vite in divisa non contano, qualcuno piange solo per i criminali ed i clandestini
Francesco Imprezzabile era molto più di un agente di polizia. Era un uomo che viveva la divisa come una missione, consapevole che quel vestito non è un semplice lavoro, ma una responsabilità collettiva. È morto a Milano, inseguendo un uomo fuggito davanti al posto di blocco. Francesco non ha esitato. Ha scelto di rischiare tutto, sapendo che il suo dovere era fermare chi rappresentava un pericolo per la società. Era un agente ispirato da grandi valori, un esempio di onestà, dignità, senso del dovere, per il quale oggi non ci sono grandi celebrazioni.
Il silenzio sulla morte di Imprezzabile e il caso Ramy
Perché gran parte del mondo di sinistra si è mobilitato con grandissima enfasi e livore, tra fiaccolate, cortei e una sorta di condanna preventiva verso l’operato dei carabinieri, dando quasi per scontata una responsabilità delle divise nella morte di Ramy; mentre, di fronte alla scomparsa di un agente come Francesco, caduto nell’adempimento del proprio dovere, si sia registrato un silenzio criptico. Una disparità di trattamento che stride con il principio, in cui credo fermamente, che ogni vita umana meriti lo stesso rispetto e la stessa memoria. Però, evidentemente, la vita di chi difende le regole vale meno di quella di chi le infrange, agli occhi di qualcuno.
Davanti a questa tragedia, il silenzio dei vertici e degli esponenti di spicco della sinistra è un inquietante atteggiamento ideologico. La vita di chi indossa una divisa ha un valore che, per preconcetti ideologici, è evidentemente inferiore a quello di chiunque decida di infrangere la legge. Quest’ultimo assurge sempre a vittima. Poiché la società e l’ordine costituito sono sempre colpevoli dei comportamenti antisociali di chi infrange le leggi.
Sempre la stessa solfa. Quando a morire è un pregiudicato, magari scappato a un posto di blocco solo perché nascondeva qualche grammo di droga, la sinistra si mobilita subito. Si alzano le voci dei garantisti a prescindere, si pretende di trasformare un delinquente in un simbolo, e si scatenano campagne d’odio contro gli agenti che hanno solo tentato di compiere il proprio dovere. È in quel momento che la sinistra si sveglia, pronta a stracciarsi le vesti per difendere chi ha deciso, consapevolmente, di mettere a repentaglio la vita propria e quella degli altri.
La gerarchia dell’indignazione e il prezzo del silenzio
Ma se a cadere è chi la divisa la onora con sacrificio, allora cala il sipario. Francesco Imprezzabile non ha diritto alla stessa compassione. Il suo eroismo è da ignorare, o addirittura da rinnegare.
È una colpa morale gravissima, perché è stato normalizzato l’idea che il criminale sia una vittima e che il poliziotto sia un nemico da tenere sotto osservazione.
Il silenzio di una parte politica davanti a questo importante sacrificio è sconcertante. Perché c’è chi non trova il coraggio di dire che chi fugge da un posto di blocco è un pericolo pubblico, e che chi cerca di fermarlo sta difendendo la società? Il silenzio è la conferma che per questa sinistra esiste una gerarchia dell’indignazione dove la legalità viene sempre dopo la difesa ideologica del delinquente di turno.
Si è scientemente deciso di trasformare la politica in un tribunale a senso unico, dove chi difende le regole è sempre sospetto e chi le infrange è sempre degno di comprensione. Ma la verità è che Francesco Imprezzabile era animato da un senso del dovere che qualcuno non sarà mai in grado di comprendere.
Questa indifferenza non ferisce solo la sua memoria, ferisce ogni singolo cittadino che crede ancora nello Stato. Se oggi in Italia, per essere compianti, bisogna essere delinquenti, la responsabilità è anche di chi ha scelto, ancora una volta, di stare dalla parte sbagliata della barricata, voltando le spalle a chi, per difendere questa società, ha sacrificato tutto ciò che aveva.
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