Arriva l’albo nazionale delle attività commerciali
Le saracinesche dei centri storici italiani continuano ad abbassarsi in un silenzio che sa di rassegnazione. Lo Stato tenta una mossa formale per arginare la desertificazione. Con il recente decreto firmato dal Mimit di concerto con il dicastero del Turismo, la nascita dell’Albo nazionale delle attività commerciali, delle botteghe artigiane e degli esercizi pubblici storici.
Nella lente d’ingrandimento, una sorta di “lista rossa” delle specie economiche in via di estinzione. Proprio come accade per la biodiversità naturale che classifica gli organismi a rischio per tentare un’ultima difesa, l’Italia sta finalmente mappando la propria biodiversità commerciale.
Una domanda: cosa stiamo salvando di preciso?
Nelle parole del ministro Adolfo Urso, l’Albo non è un semplice registro di nomi e partite Iva, ma il riconoscimento di “autentici presìdi di eccellenza” che custodiscono tradizioni, competenze, identità e memoria dei territori. Un termine non casuale. Evoca quasi un’immagine militare, una difesa attiva in un territorio ostile.
Nell’epoca dominata dagli algoritmi di logistica e grandi piattaforme di e-commerce che svuotano le strade fisiche, la bottega artigiana e l’esercizio pubblico storico diventano l’ultima trincea contro l’omologazione.
Salvare queste attività significa, secondo la visione ministeriale, rafforzare il tessuto produttivo e accrescere l’attrattività dell’Italia nel mondo, blindando il prestigio del Made in Italy.
Tuttavia, l’operazione sembra avere un valore che trascende l’economia. Ciò che stiamo salvando è il “capitale sociale” di prossimità. Il barista che conosce il nome di ogni cliente, il calzolaio che tramanda un gesto antico, il droghiere che fa da punto di riferimento per l’anziano del quartiere. Senza di loro, centri storici diventati scenografie vuote, “disneyland” per turisti mordi-e-fuggi dove il prodotto è solo un simulacro privo di radici.
Una mappatura come atto di resistenza, allora. L’originalità di questo intervento, nella sua natura centralizzata ma capillare. Il decreto prevede che le attività già censite a livello regionale, provinciale o comunale confluiscano automaticamente nel nuovo Albo nazionale gestito dal Mimit.
Un passaggio cruciale per trasformare frammenti di storia locale in una narrazione unitaria del Paese. Gli enti territoriali avranno 120 giorni di tempo dall’entrata in vigore del decreto per trasmettere i propri elenchi al Mimit.
Una corsa contro il tempo per rendere pubblica e consultabile sul sito istituzionale una mappatura aggiornata che sia finalmente lo specchio della resistenza artigiana italiana. Allora, una “lista rossa” che diventa un documento dinamico. Non serve solo a ricordare chi siamo stati, ma a monitorare chi sta ancora lottando.
Per evitare che l’Albo diventi solo un archivio polveroso o, peggio, un cimitero delle tradizioni, il provvedimento istituisce un Comitato misto paritetico. Composto da rappresentanti del Mimit, del ministero del Turismo, delle Regioni e dell’Anci, avrà compiti consultivi e di raccordo. Qui, la partita del “cosa salviamo”.
Dovrà decidere se queste attività vadano sostenute solo con targhe celebrative o con politiche attive di sgravio, tutela dei canoni di locazione e agevolazioni per il ricambio generazionale. Dietro l’angolo, il rischio della “museificazione”. Perché se salviamo solo l’estetica della bottega senza garantirne la sostenibilità economica, avremo creato un museo diffuso perdendo per strada la vita che lo animava.
Il coordinamento istituzionale previsto, dunque, il tentativo di creare una regia unica che impedisca alle attività storiche di soccombere sotto il peso dei costi fissi e della concorrenza globale. Contro la moria del commercio di prossimità, l’Albo nazionale come un correttivo identitario. Un albo per proteggere il “saper fare” italiano dalla standardizzazione globale.
Dunque, salviamo la memoria del territorio. Ogni bottega storica è un archivio vivente di storie, tecniche e relazioni umane. Al turista moderno che non cerca più il centro commerciale uguale in tutto il mondo, l’offerta dell’autenticità che solo un esercizio pubblico storico può offrire. Non un atto di nostalgia ma una strategia di sopravvivenza. Il riconoscimento di un valore sociale oltre che commerciale. Il primo passo per passare dalla celebrazione del passato alla protezione del futuro. Perché ogni città senza le sue botteghe storiche sta diventando solo un corridoio di transito privo di anima. Se perdiamo l’anima dei nostri centri storici, nessuna campagna di marketing potrà mai restituirci il prestigio di essere italiani.
Torna alle notizie in home