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Sicurezza

Le stellette e il tabù costituzionale

di Giuseppe Tiani -


Per valicare il perimetro costituzionale, chiamano ideologia ciò che non si è studiato abbastanza. Specie quando si afferma che la distinzione tra funzione civile e militare è un vecchio tabù. Come se il Parlamento avesse varato la legge 121/81 per capriccio dottrinario da liquidare con una scrollata di spalle.

No. Quella legge nasce dentro il processo storico, sociale e politico italiano, per la smilitarizzazione e sindacalizzazione della Polizia, dalla necessità di sottrarre la sicurezza interna a ogni ambiguità autoritaria.
Chi la chiama ideologia confonde l’ideologia con la cultura istituzionale, che quando manca fa solo rumore. Oggi c’è chi immagina la sicurezza come una prateria da occupare. Grave, se a pensarlo è chi indossa le stellette.

Peccato che già nel 1852, nello Stato monarchico retto dallo Statuto Albertino, diventato nel 1861 Carta dell’Italia unita, l’Amministrazione di Pubblica Sicurezza fosse nella sfera del Ministro dell’Interno, con funzionari nominati su proposta esclusiva del Ministro. Non dai militari. Non dal Ministro della Difesa. Il decreto istituì anche il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, organizzato militarmente, ma dipendente dagli intendenti e dai Questori, figure civili, dentro la catena dell’Interno.
Perfino la monarchia sabauda e il fascismo, nonostante la sua torsione repressiva e illiberale, non consegnarono la titolarità della sicurezza interna alla Difesa né a una catena militare estranea all’Interno.

Una ragione ci sarà. Conviene cercarla nei libri, prima che nei comunicati. Nessun tabù ideologico ma storia dello Stato, del diritto, della democrazia. Il vero tabù, per alcuni, sembra essere aprire i libri prima di aprire bocca. La divisa non fonda l’autorità, la serve. E la terzietà dell’autorità di PS, se perde la sua radice civile, non è neutralità, ma arretramento democratico vestito da proposta tecnica.
Poiché la politica seria non si nutre di campanili, conviene guardare oltre confine.

L’esperienza francese è istruttiva. Nel 2009, durante la presidenza Sarkozy, la Francia collocò la Gendarmerie nationale sotto l’autorità del Ministro dell’Interno. Non abolì la sua natura militare, non ne cancellò la storia. Ricondusse la sicurezza interna alla responsabilità politica dell’Interno, mantenendo il dualismo tra Police e Gendarmerie, ma sottraendolo a confusione dei poteri e sovrapposizioni. Quella scelta dice molto anche a noi.

Una politica capace di guardare all’orizzonte internazionale valica provincialismo, rendite di corpo e battaglie di retroguardia. La Francia, non accusabile di mollezza sull’ordine pubblico, comprese che l’efficienza non nasce dalla militarizzazione della funzione interna, ma dalla chiarezza della responsabilità politica. La Gendarmeria restò militare, ma la sicurezza pubblica restò materia dell’Interno. È una lezione che l’Italia dovrebbe fare propria.

L’Arma è una struttura articolata, antica, presente in molti ambiti dello Stato. La sua complessità e natura militare non sono in discussione. Proprio per questo, nelle funzioni di sicurezza pubblica, i carabinieri impiegati vanno ricondotti in modo non equivoco alla dipendenza diretta del Ministero dell’Interno e alla catena delle Autorità che da esso discendono, Direttore generale della Pubblica Sicurezza, Prefetti e Questori.

Non per sminuire l’Arma, sarebbe una lettura rozza e ingenua, ma per rafforzare l’efficienza e tenere le funzioni nel corretto perimetro istituzionale. Soluzioni diverse, in un sistema fondato sul dualismo dei corpi e sulla distinzione tra funzione civile e militare, sarebbero l’anticamera dell’autoritarismo. Non quello dei comizi, ma quello più insidioso, amministrativo, progressivo, tecnico.

Quello che cambia le note dello spartito di Stato senza dirlo, trasforma il concorso in comando e la collaborazione in supremazia. Chi invoca fragili teorie della neutralità finisce per neutralizzare il valore della funzione che dice di voler rendere più imparziale. Un Questore della Repubblica senza radice nella cultura civile non sarebbe più terzo. Sarebbe più debole. E quando una funzione dello Stato viene indebolita, qualcuno è già pronto a occuparne lo spazio.
È un ragionamento monco, povero e pericoloso, perché confonde il valore militare con la natura civile dell’Autorità di PS. Una confusione che, nella storia europea, non è mai stata innocente.

Qui non è in discussione il valore dei militari dell’Arma, né il loro concorso alla sicurezza pubblica. Ma concorrere non significa comandare. Partecipare non significa occupare. Essere presenti sul territorio non autorizza a disconoscere o fagocitare l’Autorità civile di pubblica sicurezza. L’ordine non è militarismo, e il militarismo, quando pretende di governare la sicurezza interna, porta con sé embrioni di cultura autoritaria.
Se una divisa invade il campo dell’altra, l’idea che affiora è quella di trasformare le comunità in caserme. La sicurezza ha bisogno di Polizia civile, responsabilità politiche chiare, Prefetti, Questori, controllo parlamentare, magistratura, ciascuno nel proprio perimetro. Solo così lo Stato non diventa apparato.

Estendere funzioni proprie delle Autorità di pubblica sicurezza ai militari o ai comandanti di stazione dei Carabinieri sarebbe un errore prima ancora che una forzatura della Carta. Nemmeno la guerra può cancellare l’architettura della sicurezza interna. Le crisi non autorizzano il trasloco silenzioso dei poteri. Il Questore non è un residuo amministrativo da aggirare. Diluirne i poteri dentro una catena militare significherebbe cambiare l’ordinamento democratico su cui si fonda lo Stato.

Dicono che la sicurezza non ha bisogno di tabù. Vero. Ha bisogno di memoria, diritto e limite. Perché in democrazia la forza pubblica non appartiene alla forza politica del momento. Appartiene alla legge e alla libertà conquistata dalla Resistenza.

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