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Economia

Ai Wars

Dai diritti del lavoro al rischio bolla finanziaria l'intelligenza è artificiale, ma i problemi sono reali

di Giovanni Vasso -


Ai wars. L’intelligenza è artificiale, i problemi sono veri. E si stanno affacciando tutti. Uno per uno, una volta ciascuno. Come in una serie tv, ricca di hype e colpi di scena e riassunti che riannodano i fili di un discorso. Che, sul medio e lungo periodo, ci dirà quale sarà il nostro futuro. E no, non è tanto per dire né per allungare il brodo dell’entusiasmo apocalittico (in un senso o nell’altro). Anzi. Calma, ci vuole. E pazienza, oltre che lungimiranza. Ai wars.

Ai wars, l’allarme del garante privacy

Il garante della Privacy, Pasquale Stanzione, lo ha messo nero su bianco nella relazione presentata alle Camere: “Il progressivo ingresso dell’intelligenza artificiale nelle aziende può offrire straordinarie opportunità di miglioramento della qualità del lavoro, ma dev’essere governato con lungimiranza, perché non determini una regressione sociale tale da eludere i traguardi di secoli di battaglie per i diritti e le libertà dei lavoratori”. Ha quindi aggiunto: “Il ricorso sempre più diffuso alle neotecnologie, dai controlli biometrici alla sorveglianza intelligente rischia di favorire l’elusione delle garanzie che per decenni hanno rappresentato presidi essenziali a tutela del dipendente, in un rapporto strutturalmente asimmetrico come quello di lavoro”. Ecco. Rischiamo di tornare ai tempi della catena. Non solo quella fordiana, purtroppo. Ma c’è (tanto) altro.

Il nodo del pluralismo e la tutela dei valori costituzionali

Il Garante ricorda quanto sia importante monitorare l’Ai, contrastare il fenomeno del deepfake. Fatto che si annoda a quello delle fake news e, dunque, alla necessità insopprimibile di difendere e tutelare, insieme al diritto a una buona informazione per i cittadini, il valore costituzionale del pluralismo. C’è, poi, la questione dei dati. Sono una vera e propria miniera d’oro. Chi li controlla, fa denari e può (davvero) decidere parte della nostra vita online (e pure fuori). Insomma, sul profilo tecnico e legislativo c’è tanto da fare. Ma, sull’Ai, il colpo di scena (vero) è da ricercarsi altrove. Già, perché il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, è indicato che il pericolo reale, oggi, è (anche) sui mercati.

Panetta e il richiamo alla finanza (e ai mercati)

Una premessa, l’inquilino di Palazzo Koch, l’ha dovuta pur fare: “La differenza rispetto al passato è la velocità del cambiamento. Per questo la transizione va preparata e governata: occorre investire nelle competenze, accompagnare i lavoratori più esposti, evitare che i benefici si concentrino in poche imprese, in pochi settori o in pochi territori”. Bene, detto ciò, la tirata d’orecchi: “Questa trasformazione richiederà alle imprese investimenti ingenti, diversi per natura da quelli tradizionali. Molti saranno immateriali: ricerca, software, dati, competenze, organizzazione. Sono investimenti difficili da valutare dall’esterno, spesso rischiosi, con ritorni incerti e lontani nel tempo”. Ecco che ci arriviamo al punto: “Qui entra in gioco il sistema finanziario. Perché senza una finanza adeguata, l’innovazione resta un’idea; con finanza paziente, capitale di rischio e mercati più profondi, può diventare crescita, occupazione, competitività”. Pazienza, calma e gesso. Sennò il rischio bolla per l’Ai sarà, davvero inevitabile.

Da Seul a Musk, OpenAi corre alla Casa Bianca

I segnali, dice il saggio, sono per chi sa intenderli. E significherà pur qualcosa se la borsa di Seul ha perso ben otto punti a causa del tracollo di Samsung e dei produttori di chip. L’intelligenza artificiale, che avrebbe dovuto fare strame di lavoratori, si sta – come insegna il caso Ford costretta a richiamare in servizio 350 ingegneri – lentamente ridimensionando. E questa cosa, chiaramente, fa paura a OpenAi che studia l’Ipo in borsa dopo SpaceX. Musk ha conquistato miliardi su miliardi ma, nel breve volgere di qualche giorno, il valore è crollato. Proprio come succede quando c’è una bolla. Sam Altman ha, evidentemente, paura di far la stessa fine. Ed è forse in questa chiave che va inteso il sussurro riportato dal Financial Times secondo cui la Casa Bianca sarebbe pronta ad acquistare il 5% dell’ex fondazione trasformatasi in società a scopo di lucro. In cambio della partecipazione pubblica (ah, ricordate quando l’Iri era il male assoluto?), OpenAi otterrebbe di spedire un messaggio rassicurante ai mercati mentre Washington potrebbe rafforzare il suo ruolo anche direttivo e programmatico nella difesa del primato digitale. Che, per gli Usa e l’amministrazione Trump, resta una priorità.

L’Ue intanto stanga Google ma lo strapotere Big Tech resta

E chissà cosa accadrà ora che l’Ue ha confermato la maxi sanzione da 4,1 miliardi di euro per Google, fiore all’occhiello di Big Tech e fin troppo incline a imporre, secondo l’Antitrust comunitario, la sua posizione dominante al mercato. Imponendo i suoi strumenti, “abbassando” quelli degli altri, conservando per sé rendite a dir poco miliardarie, evitando che possa (davvero) sorgere una concorrenza nel digitale. Chissà, con uno strapotere tale da parte di pochi, cosa potrà accadere se l’Ai mantenesse tutte le sue promesse più apocalittiche. I problemi sono tanti, e uno alla volta si riaffacciano. Ai wars, siamo solo all’inizio.


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