Se ne parla da decenni, con quell’allure di mistero che ne ha fatto – negli anni – il Santo Graal dell’energia: tutti la cercano, la fusione nucleare. Anzi la ricercano. Oggi, in tempi di digitalizzazione, robotica spinta e intelligenza artificiale rampante, tutti la vogliono. Ma a che punto siamo? Al solito, più o meno. Usa e Cina guidano le danze e si danno battaglia. Mentr l’Europa spera in un colpo di fortuna.
Fusione nucleare, l’America mena le danze
Gli investimenti, in America, sono (al solito) multimiliardari. Insieme a quelle sull’intelligenza artificiale, le scommesse sull’energia del futuro sono alte e promettono jackpot altissimi. Il “dividendo” più alto s’attende proprio dalla fusione. Forse per la prima volta nella storia recente l’amministrazione Usa s’è sbilanciata dando un duplice (e ottimistico) orizzonte temporale. Era l’11 settembre dello scorso anno quando, intervistato dalla Bbc, il Segretario Usa all’Energia Chris Wright ha detto di aspettarsi l’entrata in circolo di energia prodotta per il tramite di fusione nucleare “tra otto e quindici anni”. Quindi tra il 2033 e il 2040. Lo stesso orizzonte che, in Italia, il ministro all’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ritiene praticabile per l’implementazione strutturale degli impianti di Smr, che lavorano ancora con la fissione. Uno dei progetti che meglio raccontano lo stato dell’arte sullo scenario digitale ed energetico Usa, è lo spinoff nato dal Mit di Commonwealth Fusion Systems, ha raccolto (dati 2025) ben tre miliardi di dollari, di cui 863 milioni solo da Google. Che s’è prenotata per le prestazioni future dei reattori della startup pronta, già ad aprile a chiedere l’interconnessione al Pjm, il più grande mercato di energia all’ingrosso degli States. E, in queste settimane, ha provveduto a pubblicare ben cinque articoli scientifici, da sottoporre a peer review, sul suo progetto di reattore a fusione Arc. Che punta a produrre potenza fino a 400 Mw.
Una data, quella del 2030, che non è per niente banale nemmeno dall’altra parte del mondo.
La Cina non resta a guardare
Ossia in Cina. Dove si punta all’energia nucleare da fusione in piena operatività entro il 2050. Tutto ruota attorno al Sole, artificiale. Si tratta dell’East, l’Experimental Advanced Superconducting Tokamak. Che, a gennaio, ha annunciato di aver superato il limite di Greenwald. I cinesi, che nei giorni scorsi hanno annunciato la costruzione del più grande magnete superconduttore per la fusione al mondo, hanno riferito di aver trovato nella risonanza ciclotronica elettronica un escamotage utile ad aumentare la densità del plasma fino al 65% oltre il limite ritenuto invalicabile.
L’Europa ci prova, l’Italia è in prima fila
E l’Europa? Buoni segnali. A cominciare dall’Italia. Al laboratorio Enea di Frascati, grazie all’impianto laser più potente al mondo, è stato possibile convertire energia in raggi gamma ed elettroni. Un esperimento che ha dato ottime indicazioni dal momento che si sarebbe riusciti nell’obiettivo con un’efficienza “fino a dieci volte superiore rispetto a quanto precedentemente ottenuto a livello mondiale”. L’iniziativa ha visti impegnata la National Ignition Facility (Nif) in California, un team composto da ricercatori Enea, Università di Francoforte (Germania), Centro Ricerche Gsi di Darmstadt (Germania) e Lawrence Livermore National Laboratory (Usa).