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Produttività, l’Italia guardi ai porti come sistema: sfruttare il nostro vantaggio naturale

di Redazione L'Identità -


di PIETRO SERBASSI – L’Italia parla spesso di crescita, salari e competitività, ma evita il punto da cui tutto dipende: la produttività. Da trent’anni il Paese crea poco valore in più per ogni ora lavorata. Qui si spiegano imprese che faticano a crescere, retribuzioni ferme, investimenti prudenti e territori ai margini delle catene economiche.

Produttività, trasporti e collegamenti

Il tema non riguarda solo industria, fisco o mercato del lavoro. Riguarda anche il modo in cui l’Italia è collegata. Tempi di trasporto, logistica, accessibilità dei porti, ferrovie per merci, collegamenti tra aree industriali e mercati esteri incidono sulla capacità di produrre valore.
Trasporti e infrastrutture, quindi, non sono un capitolo separato, utile solo quando si apre un cantiere. Sono politica industriale. Se una merce arriva tardi, se un’impresa paga costi logistici più alti dei concorrenti, se un porto non dialoga con ferrovia e retroporti, il sistema economico produce meno di quanto potrebbe. Non basta chiedere più investimenti: bisogna scegliere quelli che riducono tempi, costi e incertezza.

Il vantaggio naturale

L’Italia avrebbe un vantaggio naturale. È al centro del Mediterraneo, vicina alle rotte tra Europa, Nord Africa, Medio Oriente e Asia. Ha porti, distretti produttivi, manifattura, turismo e filiere esportatrici. Ma la posizione geografica, da sola, non produce ricchezza. Va organizzata.

Il confronto con Rotterdam serve a questo. Non per copiare un modello diverso dal nostro, ma per capire che oggi un grande porto non è solo una banchina. Rotterdam è una macchina logistica, digitale ed energetica: fa dialogare operatori, merci e documenti, investe in automazione, ferrovia e pianificazione dei flussi. La sua forza non sta solo nei volumi, ma nell’organizzazione.

L’Italia non deve cercare un solo Rotterdam nazionale. Deve costruire una rete portuale capace di funzionare come sistema. Gioia Tauro, Trieste, Genova, Ravenna, Taranto, Napoli, Palermo e gli altri scali devono diventare nodi di una piattaforma mediterranea collegata a corridoi europei, ferrovie, interporti e imprese. Un container fermo, una nave in attesa o una merce che cambia troppe volte mezzo sono costi che ricadono sulla produttività.

Il progetto Porti d’Italia

In questo quadro va letto il progetto del governo di istituire Porti d’Italia S.p.A. L’idea è positiva se supera la frammentazione e trasforma i porti in un vero “Sistema Italia”, con priorità nazionali, investimenti coordinati e standard comuni. È ciò che manca a un Paese con scali importanti, ma non sempre con una strategia comune.

La riforma, però, va giudicata per come sarà costruita. Una regia nazionale aiuta se accelera le opere, collega porti, ferrovie e retroporti e sceglie gli investimenti in base alla produttività, non al peso politico dei territori. Non funziona se diventa un nuovo centro burocratico che sottrae competenze, personale e risorse alle Autorità di sistema portuale. La scelta non è tra centralismo e localismo, ma tra coordinamento e confusione.

Pesa anche la morfologia italiana. Siamo un Paese lungo, attraversato da montagne, con aree interne, isole, grandi differenze tra Nord e Sud e una rete produttiva distribuita. Dove la distanza diventa costo permanente, le imprese crescono meno. Dove i tempi sono incerti, si investe meno.

Il Mezzogiorno potrebbe diventare una piattaforma decisiva nel Mediterraneo, ma servono ferrovie adeguate, porti integrati con le reti terrestri, procedure rapide e logistica moderna. Senza questi elementi, la centralità mediterranea resta una formula da convegno.

Lo stesso vale per il Nord produttivo. I distretti esportano se sono connessi ai corridoi europei, se contano su tempi certi e se il trasporto merci non dipende quasi solo dalla strada. Una Pmi diventa più competitiva anche grazie a un sistema esterno efficiente.

Gli investimenti aumentano la produttività?

Il PNRR ha aperto una possibilità, ma non garantisce il risultato. La spesa pubblica aiuta la produttività solo con capacità amministrativa, tempi certi, valutazione e manutenzione. La domanda politica è semplice: ogni euro investito migliora davvero la capacità del Paese di produrre, esportare, attrarre lavoro qualificato e ridurre i divari? Se la risposta non è chiara, l’opera rischia di essere spesa, non sviluppo.
Aumentare la produttività significa aiutare le imprese migliori a crescere, rendere più veloci gli scambi, collegare meglio i territori e trasformare la geografia in vantaggio competitivo. Se l’Italia si muove male, produce meno. Se si muove meglio, può tornare a competere.


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