Ancora scontro su Conte in commissione d’inchiesta: FdI insiste per ascoltarlo ma lui non si dimette
Alta tensione tra Fratelli d’Italia e Giuseppe Conte sulla Commissione parlamentare d’inchiesta Covid. Quello che doveva essere uno strumento utile a fare chiarezza nella gestione della pandemia si è trasformato in uno scontro politico più che acceso. L’ex premier chiede di essere audito subito ma non formalizza le dimissioni dalla stessa Commissione. Fratelli d’Italia ricorda di volerlo ascoltare da quasi due anni e ribadisce – attraverso le parole del capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami che – che presto sarà convocato, non appena avrà dato le dimissioni. Sin da subito, l’avvio dei lavori della Commissione, ha suscitato letture diverse: tra chi vi ha letto un accertamento istituzionale e chi una polemica politica.
Conte dal canto suo, punta a presentarsi come figura disponibile al chiarimento pubblico, rivendicando la necessità di spiegare decisioni assunte nella fase più dura dell’emergenza sanitaria. La richiesta di audizione, accompagnata dalla necessità di lasciare il proprio posto in Commissione, ha però anche un evidente peso politico e comunicativo: serve a sottrarre l’ex premier all’immagine di chi subisce l’iniziativa altrui e a rilanciarlo invece come protagonista del confronto.
Dal lato della maggioranza, la linea resta quella di ribadire la legittimità e l’utilità del lavoro parlamentare. Fratelli d’Italia insiste sul fatto che la Commissione non debba trasformarsi in un’arena propagandistica, ma nemmeno rinunciare a verificare passaggi decisivi della gestione pandemica. In questo quadro, la volontà di ascoltare Conte viene presentata come la conferma che non c’è alcuna intenzione di far venir meno il contraddittorio. Anzi, per il centrodestra, proprio l’audizione dell’ex capo del governo rappresenta uno snodo naturale di un’inchiesta parlamentare che mira a chiarire scelte amministrative – ed eventuali responsabilità politiche – compiute negli anni dell’emergenza.
Il punto, peraltro, non riguarda solo la convocazione di Conte, ma il significato complessivo della Commissione. L’opposizione continua a descriverla come uno strumento di rivalsa politica costruito dalla destra per colpire gli avversari. La maggioranza, al contrario, rivendica il diritto-dovere di fare luce su una stagione eccezionale, segnata da restrizioni senza precedenti, decisioni urgenti e margini di opacità che, secondo la maggioranza, non possono essere archiviati in nome della fine della pandemia.
Non si fanno infatti attendere le reazioni politiche che da manuale seguono le proprie appartenenze. Nell’area di centrosinistra più vicina a Conte, prevale, ovviamente, la difesa a oltranza dell’operato dell’esecutivo di allora. E si attacca senza veli il centrodestra, con l’accusa di voler costruire un processo ex post. Sulla linea della distinzione tra il riconoscimento della straordinarietà del momento e la verifica puntuale della legittimità delle decisioni assunte è invece la posizione della maggioranza. In questa lettura, chiedere conto di ritardi, procedure e criteri politici non equivale a negare la difficoltà di quei mesi, ma risponde a un’esigenza di trasparenza istituzionale.
Le solo annunciate dimissioni di Conte dalla Commissione diventano, quindi, un ulteriore elemento di tensione. Perché se è vero, come dice, di voler fare chiarezza, il metodo più efficiente e lineare è sicuramente quello di rendere un’audizione, come chiesto da FdI. Domande, risposte e verifica documentale.
La partita però è ancora aperta e molto delicata. Ma se il dibattito politico promosso da FdI continuerà a muoversi nel recinto istituzionale, il risultato, molto probabilmente, sarà quello di aver promosso un’operazione di chiarezza su uno dei periodi più bui della storia moderna. Se invece si gonfierà la tifoseria politica, l’inchiesta perderà forza e con lei tutte le buone intenzioni di chi ha creduto nell’idea di non opacità.
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