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Attualità

A Salerno il libro su Falvella riaccende l’odio

La memoria storica è ancora una trincea: la contestazione a Palazzo Guerra rivela che è ancora ostaggio dell'ideologia

di Anna Tortora -


Il libro su Carlo Falvella riaccende le tensioni a Salerno: la contestazione a Palazzo Guerra rivela una memoria storica ancora ostaggio dell’ideologia. Il copione andato in scena ieri a Palazzo Guerra ha il sapore stantio delle vecchie formule ideologiche. Le transenne posizionate fin dal primo pomeriggio, i cori ostili lanciati contro l’edificio comunale e quel corteo di bandiere diretto verso piazza Dante rivelano la cronaca di una tensione palpabile, che ha attraversato Salerno riaprendo una faglia mai del tutto colmata. Questa mobilitazione fotografa l’ostinazione di una certa sinistra che incontra enormi difficoltà nel guardare agli anni Settanta senza rioccupare le vecchie postazioni della militanza dura, quasi come se il tempo, da queste parti, si fosse fermato al drammatico luglio del 1972.

Al centro della contesa si trova la storia di Carlo Falvella, il diciannovenne del Fuan accoltellato a morte durante uno scontro con militanti della sinistra extraparlamentare e anarchica. Si tratta di una tragedia generazionale che, a distanza di oltre mezzo secolo, dovrebbe appartenere esclusivamente alla pietà storica e al rifiuto unanime della violenza politica. Invece, la semplice presentazione di un volume d’area basta a riaccendere le barricate. Per i collettivi locali, la concessione di una sala pubblica si trasforma immediatamente in uno sdoganamento intollerabile, un presunto pericolo democratico da disinnescare attraverso la protesta e la censura di piazza. È una reazione muscolare che tradisce una fragilità evidente, legata al timore che il monopolio sulla narrazione del passato possa anche solo essere minimamente scalfito.

Il risultato di questa costante militarizzazione del ricordo si traduce in un cortocircuito comunicativo che ha ormai stancato la gente comune. . La pretesa di trasformare ogni anniversario in una nuova linea del fronte, decidendo arbitrariamente quali morti abbiano diritto alla memoria e quali debbano essere condannati all’oblio, esaspera inevitabilmente gli animi di ogni comunità. Finché il dolore profondo di quella complessa stagione di piombo verrà utilizzato come un collante identitario per dare un senso alle militanze politiche del presente, la storia d’Italia resterà prigioniera di un passato che nessuno, da quella parte della barricata, manifesta il reale interesse di pacificare.


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