Kallas, il volto dell’irrilevanza europea
Se potessimo plasticamente rappresentare l’irrilevanza dell’Unione europea, questa avrebbe le fattezze di Kaja Kallas. L’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza è la figura che – sulla carta – dovrebbe dare una voce all’Europa nei grandi scenari internazionali. Peccato che quella voce sia poco più di un sussurro.
Perché Kallas non decide, non impone, non guida. Semmai prova a mediare. E neanche sempre. Anche perché può farlo solo se i ventisette governi nazionali raggiungono l’unanimità: in altre parole, rappresenta un’Europa che esiste nelle dichiarazioni, ma scompare quando la storia accelera. Il vertice Nato di Ankara ne è stata l’ennesima dimostrazione. Donald Trump – ovviamente – ha monopolizzato la scena annunciando la fine della tregua con l’Iran, attaccando frontalmente gli alleati europei, minacciando ritorsioni commerciali contro la Spagna, tornando perfino a rivendicare la Groenlandia e rilanciando l’asse con la Turchia di Erdoğan.
Nel frattempo Bruxelles ha risposto con le solite dichiarazioni di rito: sostegno all’Ucraina, appelli all’unità, inviti ad aumentare la spesa per la difesa. Parole. Ancora una volta. Il punto è che oggi l’Europa continua a pagare il prezzo di un’ambiguità mai risolta: si definisce un gigante politico, ma resta un nano strategico. Pretende di sedersi al tavolo delle grandi potenze ma non ha gli strumenti per influenzarne realmente le decisioni.
Non dispone di una politica estera comune, non ha una vera capacità militare autonoma e continua a delegare la propria sicurezza alla Nato cioè, nei fatti, agli Stati Uniti. Che non vogliono più questo “accollo”. Ergo: Washington decide, Bruxelles subisce. E la sua massima rappresentante può solo limitarsi a esprimere “preoccupazione”, “condanna” o “sostegno”. Un puro esercizio di stile.
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