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Fragole contaminate dai Pfas: anche in Italia?

Una ricerca riporta in primo piano la presenza di residui chimici nei prodotti ortofrutticoli da agricoltura convenzionale

di Elizabeth Costello -


Pesticidi e Pfas nelle fragole: lo studio europeo che accende il dibattito sull’effetto cocktail.

Fragole contaminate

Pubblicato un recente monitoraggio condotto dalla coalizione di Pan Europe (Pesticide Action Network), in collaborazione con diverse associazioni europee tra cui Greenpeace Italia. La ricerca riporta in primo piano la presenza di residui chimici nei prodotti ortofrutticoli da agricoltura convenzionale. E prende come caso di studio le fragole.

Il report – “European strawberries extensively contaminated with PFAS or endocrine disrupting pesticide residues” -, evidenzia la frequente presenza di tracce di fitofarmaci. Quelli appartenenti alla famiglia dei Pfase di interferenti endocrini.

Dati, pur richiedendo attenzione da parte delle autorità regolatorie, da contestualizzare per evitare ingiustificati allarmismi tra i consumatori.

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I dati del report: Europa e Italia a confronto

L’indagine ha preso in esame un totale di 41 campioni di fragole acquistati in 11 Paesi dell’Unione Europea. Dall’analisi di laboratorio emerge che il 58% dei campioni convenzionali presentava tracce di almeno un pesticida Pfas. Ciò mentre il 61% mostrava la compresenza di più sostanze chimiche simultaneamente, il cosiddetto “effetto cocktail”.

E in Italia?

Per quanto riguarda l’Italia, il monitoraggio ha riguardato un panel ristretto di 5 campioni convenzionali. In quattro di questi è stata rilevata la presenza di almeno un pesticida Pfas. In un caso specifico sono state tracciate sei sostanze differenti contemporaneamente. Di contro, lo studio evidenzia una nota del tutto positiva sul fronte delle coltivazioni alternative. Tutti i campioni di fragole biologiche analizzati sono risultati completamente privi di qualsiasi residuo quantificabile.

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Perché non c’è un pericolo immediato: l’analisi del contesto

Gli stessi autori della ricerca invitano a interpretare i risultati con rigore scientifico e senza panico. Esistono infatti elementi precisi che ridimensionano l’allarme per la salute pubblica nel breve termine.

Un totale di 41 campioni per tutta l’Unione Europea (e solo 5 per l’Italia) rappresenta una base statistica troppo esigua per poter fotografare lo stato dell’intera produzione ortofrutticola nazionale o continentale.

Nella quasi totalità dei casi, le tracce rinvenute si attestano al di sotto dei Limiti Massimi di Residuo legalmente consentiti dalle rigide normative dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare. I frutti in commercio sono quindi considerati sicuri secondo gli standard vigenti.

Il vero obiettivo della pubblicazione

Non si tratta di spaventare il consumatore, ma di sollevare un dibattito politico e normativo a livello europeo. Le Ong chiedono all’Ue di aggiornare i criteri di valutazione del rischio, introducendo parametri che considerino non solo la tossicità della singola sostanza – oggi ampiamente monitorata – ma l’effetto cumulativo e combinato dei diversi residui a lungo termine.


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