L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

La sciarada del Campo Largo

di Alessandro Scipioni -


Il battesimo napoletano del cosiddetto campo largo si è consumato nella cornice di una piazza semivuota, tutta transennata ed il rumore assordante di una contestazione che ha, di fatto, messo a nudo la fragilità politica di un progetto ancora prigioniero delle proprie contraddizioni.

Quello che doveva essere l’evento di lancio di un progetto alternativo a quello di governo si è incarnato in una grigia coreografia, dove il dissenso sociale, di disoccupati e frange radicali, ha avuto la meglio sul palco, costringendo i leader a un clima surreale di spintoni, sospensioni e promesse di dialogo che suonavano come un tentativo disperato di recupero.

​L’immagine di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli raggruppati sotto la protezione di poliziotti in tenuta antisommossa, assurge ad iconografia di una coalizione che si dimostra lontana dai problemi correnti della vita sociale e non riesce a parlare al cuore del Paese reale.

I lavoratori, in particolare, sembrano avvertire un vuoto, percependo questa sinistra come distante e confusa, incapace di trasformare enunciazioni di principio, vaghe e generiche, in risposte concrete sulla dignità del lavoro. La cornice è quella di un mosaico che manca di pezzi fondamentali.

L’assenza di Matteo Renzi dal tavolo non è un dettaglio, ma un segnale dell’estrema difficoltà di cucire insieme anime troppo distanti, costrette in un abbraccio forzato che scricchiola al primo soffio di vento. Già è andata male così, se ci fosse stato Renzi le contestazioni sarebbero state tremende. Si sarebbe sfiorata la catastrofe.

​Nel tentativo di distogliere l’attenzione dal disastro logistico e politico partenopeo, Bonelli e Conte hanno provato a forzare la mano, puntando tutto sull’attacco frontale all’aumento delle spese militari. Hanno agitato il vessillo del pacifismo per cercare di intestarsi un tema meno divisivo, convinti che potesse oscurare il flop della giornata.

Ma proprio qui si apre un’altra bella voragine. Qual è la posizione di Schlein. Come può la segretaria del Partito Democratico, che ha fatto dell’atlantismo un dogma identitario e un patentino di credibilità internazionale, allinearsi a una direttrice che flirta con il disimpegno?.

L’Ucraina è il tallone d’Achille che la destra teme di più, per i governanti è un dogma, ogni sondaggio ci dice che gli elettori non ne vogliono più sentir parlare; si è trasformata in una trappola mortale per la sinistra, pronta a svelare una frattura insanabile.

​È utopistico immaginare un Partito Democratico pronto a rinnegare il sostegno a Kiev, eppure, finché resterà ancorato a questa linea, il campo largo continuerà a soffrire di un’anemia strategica evidente. Le parole di Conte sulla Russia, che non rappresenterebbe una minaccia, rimangono sospese in un silenzio inquietante, mentre il resto della coalizione cerca di tenere insieme una vera e propria armata Brancaleone.

Siamo davanti ad un’alleanza che cerca di costruire una corazzata, più impegnata a cercare di non affondare, che a trovare la capacità di affondare l’avversario. Un contenitore privo di un’anima comune, dove il desiderio di vincere si scontra quotidianamente con l’incapacità di decidere scegliere gli obiettivi da perseguire.


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