Contratto e Sicurezza, lo Stato non consumi chi lo serve
La firma del rinnovo contrattuale 2025-2027 del Comparto Sicurezza e Difesa è una buona notizia per le donne e gli uomini che ogni giorno tengono in piedi la sicurezza. Non risolve tutto, non cancella i limiti delle risorse disponibili, non chiude le questioni aperte. Ma mette in pagamento aumenti, arretrati e riconoscimenti che non potevano restare prigionieri della procedura, mentre il Paese continua a chiedere più servizi, più presenza, più prevenzione. Il sindacato serve anche a questo. Non solo a denunciare, protestare o testimoniare la propria presunta purezza davanti a un tavolo vuoto. Il sindacato è tale quando ha il coraggio, la lucidità e la lungimiranza di negoziare prima, durante e dopo il confronto, per portare a casa il miglior risultato possibile alle condizioni date. Firmare non significa arrendersi. Significa trasformare il conflitto in stipendio, diritti e impegni verificabili.
Il SIAP e altre sigle maggioritarie della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria hanno lavorato con questa postura, senza confondere responsabilità e rinuncia, radicalità e impotenza. Il contratto riconosce solo parte del lavoro svolto. Gli impegni formali della Presidenza del Consiglio su previdenza dedicata, nuove risorse per la specificità nell’ultimo anno del triennio, valorizzazione del FESI e verifica dell’andamento reale delle retribuzioni sulla base dei dati ISTAT, diranno quanto la politica comprenda davvero il delicato lavoro e le funzioni di poliziotti e militari. La sintesi politica è questa.
Negli stessi giorni in cui si firma il contratto, il Governo approva un nuovo pacchetto sicurezza. Si interviene sul disagio giovanile, sulle baby gang, sui poteri di prevenzione, sull’organizzazione delle Forze di polizia e del Ministero dell’Interno. È necessario dotarsi di strumenti efficaci contro violenza, illegalità e abbandono dei quartieri. Ma ogni nuovo potere significa nuovi servizi, istruttorie, notifiche, controlli e responsabilità sulle spalle di chi lavora. Non può esistere una politica della sicurezza che aggiorna il catalogo dei compiti e lascia vecchia la condizione materiale di chi quei compiti deve svolgere, anche nelle riforme che riguardano la Polizia Locale. Nuovi poteri e vecchi stipendi sarebbero una contraddizione democratica prima ancora che sindacale. La sicurezza diventa credibile quando le scelte politiche si trasformano in organico, formazione adeguata, tutela legale, mezzi, contratto, straordinario pagato in tempo utile e rispetto del lavoro svolto nel mese precedente.
Il disagio giovanile non può essere consegnato alle sole Forze di polizia. Poliziotti e Autorità di pubblica sicurezza possono interrompere la violenza. Non possono colmare da soli il vuoto lasciato dalla famiglia, dai servizi sociali, dalla politica urbana e dal lavoro precario o che manca. Il Questore esercita poteri di prevenzione perché è Autorità civile di pubblica sicurezza, titolare di una funzione delicata e controllabile. Ma non può diventare l’assistente sociale di ultima istanza di uno Stato che arriva tardi.
Il ritardo, su questi temi, non può essere scaricato solo sul Governo, il dato è oggettivo. Le lacune culturali di natura liberale e riformista sulla sicurezza sono diffuse e trasversali, alimentate tra l’altro, da una campagna elettorale permanente nella quale alcuni leader hanno assunto posizioni spinte, talvolta estreme e irreali, subendone oggi l’effetto boomerang.
La legge 121 del 1981 resta l’invalicabile archetipo della pubblica sicurezza. Più il legislatore amplia gli strumenti di prevenzione, più deve essere chiaro chi decide, con quale potere, davanti a quale responsabilità e dentro quale limite costituzionale. La democrazia non delega i poteri pubblici ad autorità indistinte o sovrapposte, perché così alimenterebbe nuovi pascoli istituzionali e politici. Ha bisogno di Prefetti e Questori forti nella loro funzione civile, nuovi Commissariati nei territori più esposti, e il personale delle polizie nazionali e locali valorizzato, con responsabilità leggibili anche in tema di giustizia.
La firma del contratto non scioglie il nodo ordinamentale. Un rinnovo comune non rende comuni le funzioni. Polizia di Stato e Polizia Penitenziaria sono istituzioni civili, smilitarizzate e sindacalizzate. Forze armate e Corpi militari servono la Repubblica con funzioni e ordinamenti diversi. L’omogeneità dei trattamenti del personale non può diventare confusione ordinamentale. La separazione del Comparto Sicurezza dal Comparto Difesa resta una riforma prioritaria per valorizzare efficienza e chiarezza istituzionale.
Ora bisogna vigilare. Arretrati e aumenti devono arrivare rapidamente negli stipendi. La previdenza dedicata deve aprirsi nei tempi concordati, con dati certi e un piano finanziario pluriennale. Il FESI deve essere rafforzato. Lo straordinario deve essere pagato tutto e in tempo, perché il vuoto d’organico incide sullo stress psicofisico del personale e non può essere compensato all’infinito dalla pazienza dei poliziotti. La sicurezza non chiede slogan. Chiede che la politica arrivi prima della Polizia quando il problema è sociale e che lo Stato arrivi prima della paura quando il problema è criminale.
Il contratto è un risultato, non un congedo. È il punto da cui ripartire per ricordare al decisore politico che non si può chiedere ai poliziotti di custodire ogni giorno sicurezza e libertà dei cittadini e poi lasciare la loro dignità negli angusti corridoi delle procedure di bilancio. Uno Stato che riconosce chi lo serve è più forte, più giusto e più credibile. Una politica che chiede senza riconoscere consuma sé stessa e lascia spazio agli estremismi.
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