Meloni: “Verità fino in fondo ma è irresponsabile alimentare il clima d’odio verso la Polizia”
“Quanto accaduto a Bologna è inaccettabile. Sul decesso di Abderrahim Fakir è doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore. La verità va ricercata fino in fondo”. Nelle parole di Giorgia Meloni c’è la linea che un Paese serio dovrebbe seguire davanti a una tragedia come questa. Quando un uomo perde la vita mentre si trova sotto il controllo dello Stato, non ci possono essere scorciatoie: servono accertamenti rapidi, completi, trasparenti. E serve rispetto.
Per la vittima, per la sua famiglia, per la verità. Per questo è necessario respingere con fermezza ogni tentativo di trasformare una vicenda tanto drammatica in una clava ideologica contro le forze dell’ordine o contro il governo.
Bologna: il caso, gli scontri e la posizione di Giorgia Meloni
E quanto dichiarato dalla presidente Meloni non è suscettibile di interpretazioni, chi vuole leggere altro è in cattiva fede. C’è un colpevole? Va punito. Chiunque esso sia. Ma non prima che la ricostruzione giudiziaria abbia fatto il proprio corso. Con identico piglio, la premier condanna il clima d’odio che subito si è generato contro le forze dell’ordine, ribadendo che non si può usare un episodio, ancora da chiarire, per alimentare una campagna generalizzata contro chi ogni giorno garantisce sicurezza a tutti noi.
Perché è esattamente questo che sta accadendo attorno al caso di Bologna: prima ancora di conoscere i responsabili, una parte della politica già ha emesso il proprio giudizio tacciando il governo di impunità e condannando l’idea stessa di sicurezza, trascinando una vicenda così drammatica nel solito circuito dell’indignazione selettiva e della speculazione militante. Questo non vuol dire minimizzare l’accaduto, non vuol dire fare finta che un uomo non sia morto mentre era sotto il controllo dello Stato. Vuol dire semplicemente che cercare la verità non significa autorizzare il linciaggio. Chiedere giustizia non significa criminalizzare in blocco le forze dell’ordine.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha difeso la necessità di non trasformare l’indagine in un processo sommario contro la polizia, insistendo sul dovere di attendere gli esiti degli accertamenti. Un ragionamento di buon senso e di tutela nei confronti di chi, ogni giorno, mettendo a rischio anche la propria vita, tutela la sicurezza nelle nostre città.
Il garantismo a fasi alterne
Se ci si allineasse al bene comune, ma per davvero, emergerebbe in modo limpido e chiaro che non c’è alcuna contraddizione tra il pretendere chiarezza fino all’ultimo dettaglio e il difendere l’onore complessivo di chi serve lo Stato.
Il garantismo non può essere utilizzato a fasi alterne e tirarlo in ballo quando conviene. Vale per tutti, o non vale per nessuno. Vale per la vittima e per i suoi familiari. Vale per gli agenti coinvolti. Vale per il governo, che ha il dovere di non nascondere nulla, ma anche di non consegnare la polizia al tribunale della piazza. Servono risposte nette. E serve soprattutto una politica capace di non lucrare sul sangue. Chi governa ha il dovere della verità.
Chi fa opposizione dovrebbe avere almeno il pudore di aspettarla. George Orwell scriveva che “dire la verità è un atto rivoluzionario”. Una frase che torna attuale ogni volta che il dibattito pubblico prova a sostituire i fatti con le strumentalizzazioni. Per questo la prima responsabilità resta una: cercare la verità, custodirla, difenderla.
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