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Esteri

Netanyahu non è il benvenuto a New York, ma la città non ha il potere di arrestarlo

Il sindaco Mamdani ammette i limiti di giurisdizione e chiede l’intervento dell’amministrazione Trump

di Cinzia Rolli -


Dalla nostra inviata

Il caso politico che coinvolge il sindaco di New York, Zohran Mamdani, e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha registrato un’importante evoluzione.

Durante la sua campagna elettorale, Mamdani ha promesso che avrebbe ordinato al Dipartimento di Polizia di New York (NYPD) di arrestare Netanyahu in caso di una sua visita in città.

Diversi esperti legali hanno subito evidenziato come il sindaco non avesse alcuna autorità formale per un’azione simile. Nonostante ciò, la scorsa settimana Mamdani aveva dichiarato di essere in stretto contatto con i legali del comune per trovare un espediente giuridico che rendesse possibile l’arresto.

Martedì, infine, ha dovuto fare marcia indietro, ammettendo l’impossibilità legale del suo progetto.

Le parole di Mamdani

Mamdani ha insistito comunque nel definire Netanyahu un “criminale di guerra” e “l’artefice di un genocidio orribile contro il popolo palestinese”.

Nel corso del suo intervento, il sindaco di New York si è inoltre soffermato a lungo sulle accuse rivolte al capo del governo di Tel Aviv, citando in particolare l’uccisione di oltre 73.000 persone e il ferimento di decine di migliaia di bambini.

“C’è un motivo per cui la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti”, ha dichiarato il sindaco. “Come esseri umani, abbiamo impiegato generazioni per costruire una consapevolezza condivisa sul fatto che esistono crimini così gravi da offendere l’intera umanità. Chiunque abbia occhi, un cuore e una coscienza dovrebbe riconoscere la devastazione che egli ha causato e comprendere che dovrebbe presentarsi davanti a un tribunale”.

Dopo aver ammesso l’inefficacia dei propri annunci volti ad arrestare unilateralmente Netanyahu sul suolo americano per dare esecuzione al mandato della CPI, Mamdani ha esortato il governo federale degli Stati Uniti a unirsi alla Corte Penale Internazionale e a dare esecuzione al provvedimento.

Ha poi aggiunto che, sebbene non sia possibile procedere all’esecuzione del mandato di cattura, il primo ministro israeliano “non è il benvenuto a New York, così come nessun altro criminale di guerra a piede libero”.

Lo Statuto di Roma

Il dibattito sull’eventuale arresto di Benjamin Netanyahu a New York si scontra con l’inapplicabilità dei mandati della Corte Penale Internazionale (CPI) negli Stati Uniti, poiché né Washington né Israele aderiscono allo Statuto di Roma.

Di conseguenza, le autorità statunitensi non hanno alcun obbligo giuridico di eseguire l’ordine di cattura, rendendo tale atto privo di efficacia legale sul territorio americano. La competenza della CPI, estesa nel 2015 ai territori palestinesi, resta limitata alla collaborazione dei soli 124 Stati membri ratificanti, escludendo quindi gli USA.

L’Autorità Palestinese ha utilizzato lo status di “Stato osservatore non membro” ONU del 2012 per coinvolgere la CPI, portando nel novembre 2024 all’emissione dei mandati d’arresto contro i leader israeliani Benjamin Netanyahu e Yoav Gallantun.

La minaccia alla sicurezza nazionale

Il Segretario di Stato USA, Marco Rubio, ha definito la Corte Penale Internazionale (CPI) una minaccia alla sicurezza nazionale.

Rubio accusa la CPI di abuso di potere, eccesso giudiziario e uso politico della giustizia contro gli Stati Uniti e Israele.

Sebbene la Corte abbia proceduto contro esponenti di entrambe le parti, le azioni contro i leader di Hamas sono state percepite come meno incisive e archiviate in seguito alla loro morte nel corso del conflitto.

La tensione istituzionale

La mossa del sindaco newyorkese si inserisce in un momento di fortissima tensione istituzionale per la stessa CPI dell’Aia.

La replica

L’ufficio di Netanyahu ha infatti duramente attaccato Mamdani, ricordando che il mandato d’arresto per crimini di guerra emesso nel novembre 2024 è politicamente falso e privo di valore, poiché né Israele né gli Stati Uniti riconoscono la Corte.

I legali del premier israeliano hanno inoltre rimarcato il tempismo sospetto del provvedimento, originato da Karim Khan, il procuratore capo della CPI recentemente sospeso dalle sue funzioni con effetto immediato a causa di una pesante indagine indipendente per gravi molestie sessuali e condotta coercitiva verso una collaboratrice.

La deputata democratica Ilhan Omar (D-MN) ha presentato la scorsa settimana una risoluzione che esorta gli Stati Uniti ad aderire alla Corte Penale Internazionale (CPI) e ad accettarne la giurisdizione.

Nel frattempo, il Dipartimento di Stato dell’amministrazione Trump ha annunciato sanzioni contro i dipendenti della CPI, accusati di abusare del proprio ufficio per avviare procedimenti politici contro gli Stati Uniti e Israele.

La Corte Penale e i limiti geopolitici

La Corte Penale Internazionale si scontra costantemente con forti limiti geopolitici a causa della mancata adesione di superpotenze come USA, Russia e Cina, che non ne riconoscono l’autorità.

Il limite di questa giurisdizione è emerso chiaramente nel marzo 2023, quando la CPI ha emesso un mandato di arresto contro il presidente russo Vladimir Putin per crimini commessi in Ucraina.

Da quel momento i Paesi firmatari dello Statuto di Roma si sono trovati in grave imbarazzo diplomatico. Nel 2023, il Sudafrica ha evitato una profonda crisi internazionale solo perché Putin ha deciso di non partecipare di persona al vertice BRICS.

Nel settembre 2024, invece, la Mongolia, pur essendo un membro ufficiale della CPI, ha respinto gli appelli dell’Ucraina e ha accolto Putin in visita ufficiale senza arrestarlo.

Il caso sollevato da Mamdani evidenzia la fragilità delle istituzioni internazionali. La giustizia si scontra con i confini e gli interessi delle superpotenze mondiali.

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