La destra della sicurezza scopre la strada del recupero
Per anni il dibattito sul sistema carcerario in Italia è rimasto intrappolato in una contrapposizione quasi manichea: da una parte chi auspica una detenzione obbligata sempre e comunque, dall’altra chi insiste sulla funzione rieducativa della pena. La norma approvata dal Parlamento sui detenuti tossicodipendenti prova a spostare il confine di questa discussione.
Il principio è semplice: chi ha commesso un reato ed è affetto da una dipendenza può, in determinate condizioni, seguire un percorso di recupero alternativo al carcere, attraverso strutture dedicate e programmi terapeutici. Non significa cancellare la responsabilità penale, ma riconoscere che dietro alcuni reati può esserci anche una condizione che, se non affrontata, rischia di alimentare un ciclo senza fine: droga, criminalità, carcere e nuova recidiva. La vera novità politica è che questa scelta arriva da un governo di centrodestra, tradizionalmente associato al tema della sicurezza declinato soprattutto in chiave repressiva, aumentando le pene o riempiendo le carceri.
È una svolta culturale? Forse.
Sicuramente è un cambio di prospettiva: lo Stato non rinuncia alla fermezza, ma prova ad affiancare alla punizione un percorso di recupero. Perché una persona che torna a una vita normale è anche una persona che non tornerà a commettere reati. Naturalmente la sfida sarà nell’applicazione concreta. Servono comunità disponibili, strutture adeguate, controlli e risorse. Perché una riforma sulla carta rischia di fallire se non viene accompagnata da una rete capace di funzionare davvero.
Il punto politico, però, resta: uno Stato forte non è quello che rinuncia alla punizione. È quello che sa distinguere tra chi deve essere fermato e chi può essere recuperato e il fatto che il M5S e Futuro Nazionale si siano opposti la dice lunga sul principio di “rieducazione del condannato” enunciato, peraltro, nell’articolo 27 della nostra Costituzione.
LEGGI TUTTE LE NEWS DI GIUSTIZIA
Torna alle notizie in home