Riconoscimento facciale: la sicurezza annega negli slogan
In un Paese che ha un bisogno disperato di protezione, la critica distruttiva è un lusso che non possiamo più permetterci
Riconoscimento facciale: mentre il crimine corre alla velocità della fibra ottica, la politica italiana sceglie di fermarsi.
Riconoscimento facciale: il rinvio del voto
Il rinvio del voto sullo schema di decreto legislativo per l’uso del riconoscimento facciale, l’ennesima evidenza di un’opposizione che preferisce agitare lo spettro di uno “Stato di Polizia” piuttosto che guardare in faccia le vittime di domani.
Perché, in un Paese che ha un bisogno disperato di protezione, la critica distruttiva è un lusso che non possiamo più permetterci.
Il copione è quello di sempre: da Bruxelles arriva un richiamo al divieto di sorveglianza facciale negli spazi pubblici previsto dall’AI Act e subito le minoranze parlamentari partono con riflessi pavloviani, gridando al Grande Fratello. Peccato che la verità sia un’altra.
Palazzo Chigi non vuole bypassare le norme Ue
Vuole semplicemente abitarle. L’AI Act non è un muro, ma un recinto che prevede deroghe precise e tassative per la sicurezza nazionale: prevenzione del terrorismo, ricerca di minori scomparsi, lotta alla tratta di esseri umani e ai reati gravi. Opporsi a queste eccezioni non significa difendere la privacy, ma disarmare lo Stato.
Significa dire a una madre che cerca il figlio rapito che la “base giuridica” per ritrovarlo in una stazione affollata è meno importante di una astratta preoccupazione ideologica.
Le opposizioni
Si sono arroccate sulla questione delle autorizzazioni, denunciando un presunto assegno in bianco alle forze dell’ordine. Ancora una volta, una narrazione distorta. Il decreto non concede alcun arbitrio: distingue tra la fase investigativa, dove serve il decreto motivato del Gip, e quella di prevenzione urgente, dove l’autorizzazione spetta al procuratore della Repubblica.
Qual è la critica? Che il procuratore non sia un “giudice terzo”? È un magistrato, custode della legalità. Sostenere che la sua supervisione sia un “mattoncino per lo Stato di polizia” significa non avere fiducia nell’intero impianto della magistratura italiana.
Inoltre, la norma prevede che, in casi di estrema urgenza, la polizia possa attivarsi immediatamente, ma con l’obbligo di convalida scritta entro tempi strettissimi (24-48 ore), pena la distruzione di ogni dato raccolto. Non è sorveglianza, è chirurgia investigativa sotto controllo giudiziario.
E all’estero cosa succede?
Mentre in Italia si litiga sulle definizioni, il resto del mondo ci mostra cosa stiamo perdendo.
Il sistema italiano Sari ha le potenzialità per fare lo stesso, ma oggi il decreto offre finalmente quella cornice legale chiara e trasparente che il Garante della Privacy aveva chiesto per superare il vuoto normativo.
Il rinvio del voto nelle commissioni parlamentari per “limare il testo”
In realtà, è il sintomo di una politica che preferisce lo scontro di bandiera alla pragmatica protezione della comunità. Le critiche che dipingono ogni innovazione tecnologica come una minaccia alla libertà lasciano campo libero a chi la legge la viola ogni giorno.
Auspicabile, quindi, che l’opposizione smetta di remare contro e inizi a confrontarsi sui contenuti. La paura della tecnologia non ha mai reso nessuno più libero, ha solo reso i criminali più tranquilli. Il Paese chiede risposte, non l’ennesimo capitolo di una guerra di slogan che non protegge nessuno.
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