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Carcere Prato: droni, droga e sovraffollamento

Numeri shock dai controlli. Senza un alleggerimento della pressione abitativa, la garanzia della sicurezza all'interno delle mura e la funzione rieducativa della pena rischiano di rimanere obiettivi irraggiungibili

di Dave Hill Cirio -


Tra droni, droga e sovraffollamento: cosa succede davvero nel carcere della Dogaia di Prato.

Ciò che sta accadendo nella casa circondariale della Dogaia di Prato, emblematico. E’ lo specchio di una crisi profonda, dove il contrasto all’illegalità si scontra quotidianamente con la realtà di un sistema penitenziario arrivato al punto di rottura.

La rete delle consegne: i numeri dell’inchiesta della Procura

Le ultime note diffuse dal procuratore della Repubblica di Prato, Luca Tescaroli, descrivono un carcere in cui l’ingresso di materiale proibito è diventato un fenomeno sistematico e strutturato.

Con i numeri raccolti dagli investigatori dal settembre 2024, luce su un traffico costante.

Sequestrati 92 telefoni cellulari e oltre 3,7 chilogrammi di hashish, a cui si aggiungono dosi di cocaina e altro materiale informatico.

Le modalità di introduzione mostrano una spiccata capacità organizzativa.

Sistemi ad alta tecnologia al servizio del crimine

Consegne dall’alto effettuate tramite droni, capaci di calare mini-smartphone ed panetti di droga direttamente nei reparti di media e alta sicurezza.

Lanci dall’esterno: plichi scagliati oltre il muro di cinta contenenti hashish e telefoni privi di Sim.

Smartphone operativi rinvenuti nelle celle della sezione isolamento, insieme ad agende fitte di numeri di telefono necessari per mantenere i contatti fuori dalla struttura.

Di fronte a questo scenario nel carcere di Prato, la Procura ha sollecitato l’adozione urgente di contromisure tecniche adeguate, a partire dall’installazione di sistemi di disturbo delle frequenze (jammer), schermature anti-drone e un potenziamento dei controlli sugli accessi.

La questione irrisolta: un sovraffollamento al 160% e celle fuori norma

Se il piano giudiziario e securitario racconta di droni e sequestri, quello umano e gestionale mostra la radice del problema.

Alla Dogaia la pressione abitativa ha raggiunto livelli di guardia.

Gi ultimi dati rilevati registrano tassi di affollamento che sfiorano il 160%, con oltre 630 detenuti presenti a fronte di una capienza regolamentare pensata per circa 542 posti.

A complicare la situazione, la condizione materiale delle strutture

Lo spazio minimo negato

Perizie tecniche promosse dalle associazioni per i diritti dei detenuti e dalla Camera Penale hanno evidenziato come in molte sezioni le celle — pensate per ospitare singoli o coppie — vengano impiegate per tre o quattro persone. Così, scendendo al di sotto della soglia minima dei 3 metri quadri calpestabili per persona previsti dalle sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

I risarcimenti del Tribunale di Sorveglianza

La magistratura di sorveglianza di Firenze ha già riconosciuto a diversi reclusi della Dogaia i “rimedi risarcitori” per trattamento inumano e degradante, traducendoli in sconti di pena (liberazione anticipata) o risarcimenti economici.

La carenza di organico

Gli agenti di polizia penitenziaria si trovano a gestire una popolazione detentiva in costante esubero lavorando in condizioni di forte sotto-organico. Una situazione che rende fisiologicamente più complessi i controlli capillari e favorisce le falle nella sicurezza.

Un circolo vizioso che soffoca l’obiettivo della rieducazione

L’immagine che emerge dal penitenziario di Prato, quella di un circolo vizioso.

Il sovraffollamento e il sottorganico creano le zone d’ombra in cui prosperano le reti criminali interne ed esterne.

La risposta esclusivamente repressiva, pur necessaria, un tampone temporaneo se non accompagnata da interventi strutturali sull’edilizia carceraria, sulle piante organiche e su misure alternative alla detenzione.

Senza un alleggerimento della pressione abitativa, la garanzia della sicurezza all’interno delle mura e la funzione rieducativa della pena rischiano di rimanere obiettivi irraggiungibili.

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