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Politica

Il Colle non è un dogma

L'Italia è una grande democrazia, ma nonostante questo il dibattito politico spesso, si perde nella mancanza di rispetto

di Alessandro Scipioni -


Intervenendo sulle recenti polemiche e sulle dichiarazioni del costituzionalista Gaetano Azzariti, che su la Repubblica ha evocato il mito di una Prima Repubblica in cui il Presidente non veniva mai criticato per salvaguardarne la funzione di garanzia, è palese che ci si trova davanti ad una ricostruzione agiografica più che storiograficamente corretta.

Basti pensare a presidenze fortemente interventiste e dirompenti come quelle di Giovanni Gronchi, al picconatore Francesco Cossiga o a Sandro Pertini. Capi di Stato che non furono affatto esenti da aspre critiche politiche.

Cosa accadeva prima

​In passato, è vero, il Capo dello Stato assumeva spesso le sembianze di un notaio, di un arbitro della politica, eletto grazie a leggi fortemente proporzionali e alla necessità di ampie convergenze. Ma da tempo la figura presidenziale risponde a ben precise scelte politiche. Se un monarca regna per diritto di sangue e gode di terzietà assoluta, un Capo dello Stato repubblicano, espressione di una maggioranza e di un percorso politico, è inevitabilmente parte del gioco istituzionale.

​Non è invece è corretta la presunta insofferenza della Destra, verso i controlli costituzionali. Io non credo che la destra sia insofferente ai controlli. Credo bensì che sia ostile al fatto che il ruolo del controllore sia stato monopolizzato da una sola parte politica.

La lotta della destra

Dal 1994 si è preteso di imporre come dogma l’esclusione di un Capo dello Stato non orientato verso sinistra. La destra lotta per cambiare questo. Ed è un suo legittimo obiettivo. La posta in gioco è la fine di una prassi consolidata che regge un sistema. Il Colle deve diventare davvero la casa di tutti gli italiani. E questo lo si può fare solo con un primo presidente di destra. Si deve dimostrare che non è appannaggio di una sola parte politica. E soprattutto sfatare il mito grottesco che se arrivasse un presidente o una presidentessa, come io spero, finirebbe il sistema dei controlli e la Repubblica sarebbe fagocitata nella dittatura.

Sono ormai quattro anni che è sotto gli occhi di tutti gli italiani la palese assurdità del mito secondo il quale, se la Meloni avesse vinto le elezioni sarebbero arrivate le camicie nere. Oggi l’Italia è una grande democrazia, che vanta una continuità di governo invidiabile in tutta Europa, e diritti costituzione e democrazia sono rimasti solidamente in piedi. Così sarà se il Colle andrà a destra.

​Chi perde le elezioni, inoltre, non può sperare di delegittimare il voto o rifugiarsi dietro la mediazione presidenziale sperando in blocchi istituzionali. La soluzione definitiva a questo cortocircuito passa per una riforma che il centrodestra ha finora colpevolmente dimenticato, nonostante sia da sempre nel suo DNA. L’elezione diretta del Capo dello Stato, deve tornare nell’agenda politica di governo.

Se l’inquilino del Quirinale deve agire come attore politico capace di influenzare i governi e parlare a nome del popolo, è imprescindibile che sia direttamente il popolo a sceglierselo.

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