In politica c’è bipolarismo… e bipolarismo
Quel doppio registro che rivela la fragilità di chi pensa che la strategia venga prima dell’autorevolezza
Troppo spesso, politici e giornalisti si guardano bene dal mettere in conto la lucidità di chi ascolta, utilizzando due identità ben distinte.
La prima è quella da vetrina: tv, giornali e interviste approcciate con tono composto, parole misurate per un pubblico da trattare con cautela. Una versione che vuole apparire solida, educata, affidabile. La seconda emerge appena si apre un social: toni aggressivi, nervosi e linguaggio da scaricatori di porto. Qui non conta la precisione, ma l’impatto.
Il mainstream ha deciso: chi legge i giornali e guarda la tv è una persona in grado di recepire i messaggi senza forzare la mano, mentre il popolo dei social viene trattato come un esercito di scappati di casa, duri di comprendonio, incapaci di mettere insieme soggetto, verbo e complemento, a meno che non ci si infili qualche parolaccia.
Eppure, quando negli anni Cinquanta arrivò la tv, aveva un’altra idea della lingua. Non tollerava scivoloni e non accettava improvvisazioni. Gli sportivi venivano preparati per parlare in italiano, gli attori studiavano dizione e i presentatori erano scelti per la cura del linguaggio. La modernità non abbassava il livello, ma lo alzava.
Sembra quasi normale che Ignazio La Russa possa parlare con tono istituzionale e poi scivolare in diretta in un “Come si chiama quel coglione?”. Che Matteo Salvini alterni la compostezza dei comizi alla rudezza dei social. Che Carlo Calenda usi parole forti per sembrare più sincero. O che Giuseppe Conte mantenga la postura da professore e poi pubblichi un video che si chiude con “Ridicoli”.
Nel giornalismo, stesso copione: Nicola Porro, Daniele Capezzone, Selvaggia Lucarelli, Andrea Scanzi, Marco Travaglio e tanti altri. Tutti con due registri: uno per la scena, uno per il rumore.
Il punto è che questa doppia personalità nasce da una convinzione sbagliata: che la volgarità sia più efficace della precisione. È una forma di presunzione: chi comunica si sente superiore e allo stesso tempo teme di non essere ascoltato. Così usa la scorciatoia. Non perché il pubblico la chieda, ma perché glielo si impone.
Forse la verità è che le persone sono spesso migliori di chi le rappresenta e di chi le racconta. Più attente, più pazienti e più capaci di distinguere una frase pensata da una frase urlata. Non hanno bisogno di essere categorizzate, né di essere trattate come un bersaglio da stimolare.
La doppia faccia di chi comunica non è un segno di forza, ma è la prova che chi parla non sa più costruire cattiveria con precisione e allora sceglie la via breve che, come sempre, racconta più di chi la imbocca che di chi la subisce.
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