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Cultura & Spettacolo

Pasolini l’uomo libero conteso tra destra e sinistra

di Alessandro Scipioni -


I riferimenti culturali, in specie quando si parla di un gigante come Pier Paolo Pasolini, non hanno una caratterizzazione politica e chiunque ne analizzi l’opera dovrebbe farlo con la massima serietà e rigore intellettuale, tenendosi lontano da ogni logica di fazione.

È infatti profondamente fuorviante e culturalmente miope ricondurre la figura e il pensiero di Pasolini a una militanza organica e disciplinata all’interno di una cultura militarizzata di partito.

Pasolini fu prima di tutto un idealista radicale, un intellettuale scomodo e irriducibile che definiva sé stesso comunista ma che mantenne sempre un rapporto di profonda indipendenza e tensione critica nei confronti del Partito Comunista Italiano, come dimostrano in modo emblematico i fatti di Valle Giulia.

Ed è abbastanza noto che i comunisti, quelli seri, sono più severi della Santa Inquisizione di un tempo sugli eretici. Non era un caso la connessione con Lutero.

Ridurre la sua complessità a una semplice geografia politica significa ignorare la natura di un uomo totalmente libero, privo di catene e impermeabile alle rigide gerarchie di apparato.

Da Alicata a Fortini, le critiche feroci a Pasolini

Nel corso degli anni, l’intellettualità organica e i massimi esponenti della sinistra ufficiale non risparmiarono a Pasolini critiche feroci, considerandolo spesso un corpo estraneo o una voce destabilizzante. Figure di spicco del Partito Comunista e della critica marxista ortodossa, da Mario Alicata (che giudicava le sue opere come espressione di decadentismo borghese) ad Alberto Asor Rosa (per il quale la scrittura pasoliniana non era rivoluzionaria, ma un’operazione di populismo reazionario); fino ai rilievi di intellettuali vicini all’area progressista come Franco Fortini che lo accusavano regolarmente di essere un corsaro affetto da un individualismo borghese esasperato, di coltivare un marxismo estetizzante, populista e pauperistico, e di scadere in un moralismo catastrofista e velleitario.

Per i quadri dirigenti del PCI, le sue analisi non erano viste come un contributo critico avanzato, bensì come posizioni snobistiche, decadentistiche e regressive, incapaci di comprendere la reale dinamica del progresso industriale e del movimento operaio organizzato.

Nonostante questo fuoco incrociato e le dure censure del tempo, del Pasolini morto si sono poi appropriati in tanti, in primis quegli stessi comunisti che quando era in vita lo contestavano aspramente e discutevano ogni sua presa di posizione.

Gli idealisti di sinistra lo hanno amato, ma lo fanno altrettanto gli idealisti di destra, che ne riconoscono la statura di mente libera e anticonformista. Del resto, pensare che Pasolini non abbia mai dialogato con le parti avverse o che non si sia confrontato con la complessità del suo tempo è un’altra palese falsità storica. Il problema reale risiedeva nel fatto che egli rappresentava una voce intollerabile per una sinistra bigotta e dogmatica, incapace di accettare un pensiero slegato da vincoli organici.

Mondo contadino e cattolicesimo: il Pasolini conteso da tutti

I dubbi e le riflessioni di Pasolini sul mondo contadino non erano questioni marginali, bensì interrogativi profondi di appartenenza e di civiltà che trovano riscontro nella lucida analisi di Longanesi riguardo alla tragica cesura con la tradizione e alla mutazione antropologica che ha trasformato le nuove generazioni in meri consumatori seriali anziché in esseri umani pensanti.

Una dialettica rigorosa che si rifletteva anche nella critica feroce che il Partito Comunista riservava, ad esempio, a opere come L’uomo di paglia di Pietro Germi, accusato di mettere in luce l’avvenuto imborgherimento dei proletari. Pasolini si scagliava contro l’imborghesimento di qualsiasi partito, a cominciare proprio da quello comunista, visto come il massimo tradimento della purezza originaria dell’idea.

Al contempo, egli era profondamente intriso di cultura cattolica, mi azzardo a dire visceralmente cattolico, legato alla sacralità della terra e del mondo contadino. La genialità di un simile gigante culturale possiede inevitabilmente un respiro talmente ampio da interpellare e turbare sensibilità diverse. Oggi il Pasolini defunto fa comodo a molti, ma la verità profonda è che, se fosse qui a replicare, ne avrebbe da dire per tutti, a destra come a sinistra.

In Saluto e augurio, Pasolini compie il gesto spiazzante di aprire un dialogo testamentario con un giovane fascista; pur consapevole dell’abisso ideologico che li separa, sceglie la via della parola e del dialogo per affidargli la difesa della tradizione contadina, il legame con la terra e l’amore per i poveri.

Figuriamoci se poteva essere meramente organico al PCI

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