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Campi Flegrei, l’alibi della burocrazia dopo i crolli

Lo Stato stanzia, la Regione incassa, i Comuni aspettano e la burocrazia, improvvisamente elevata a capro espiatorio universale, giustifica l’immobilismo di chi avrebbe dovuto agire quando la terra non tremava

di Dave Hill Cirio -


Ai Campi Flegrei c’è un rumore che precede sempre il crollo dei macigni: è il fruscio delle carte bollate.

Campi Flegrei, l’alibi della burocrazia dopo i crolli

La terra continua ad essere monitorata dall’Osservatorio Vesuviano. Rallenta lo sciame sismico culminato nella scossa di magnitudo 4.7 del 31 luglio. Se il sottosuolo concede una parziale tregua, in superficie il rumore della burocrazia sta diventando assordante quanto il terremoto.

È il suono di un’inchiesta giudiziaria che ha iniziato a bussare alle porte degli uffici tecnici dei Comuni e della Regione Campania, trasformando un’emergenza d in un caso di presunta, colpevole omissione.

Il cuore della questione, amministrativo

Ha una cifra precisa: 40 milioni di euro. Soldi che – perciò l’alert della Procura di Napoli e nelle denunce dei geologi – stanziati dal primo “Decreto Campi Flegrei”, fisicamente trasferiti e già nelle casse della Regione.

Eppure, mentre giorni fa il Monte Olibano sbriciolava i suoi massi sulle auto in sosta in via Gerolomini, quei fondi destinati proprio alla messa in sicurezza dei costoni rocciosi giacevano intatti, “impantanati” nel limbo della progettazione mai conclusa.

La Procura di Napoli, con un fascicolo Modello 45, punta a capire perché quei cantieri fossero deserti. Si scava dietro quel paradosso per cui in un territorio che danza quotidianamente sopra un vulcano attivo, i fondi stanziati dallo Stato non riescano a trasformarsi in protezione reale per i cittadini.

Qui va in scena il momento più amaro della vicenda

Solo oggi, con 350 sfollati in strada e la polizia giudiziaria che acquisisce delibere e contratti, amministratori locali e tecnici regionali riscoprono con foga il mostro della “burocrazia paralizzante”.

Qualche timida avvisaglia c’era stata: a fine maggio, la commissione parlamentare guidata da Pino Bicchielli aveva visitato Pozzuoli parlando di “norme eccessive che impediscono soluzioni rapide”.

Alla fine, quasi un sussurro tra addetti ai lavori. Invece, la denuncia plateale dello stallo burocratico come unica, affannosa linea di difesa esplode solo ora, a disastro avvenuto, un alibi postumo brandito per giustificare tempi di inerzia e rimpalli di competenze tra soggetti attuatori.

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Il ring delle opposizioni

Mentre la politica si divide nel consueto ring, il panorama umano è sconfortante. Al Parco Olivetti, 101 appartamenti sono sbarrati. Famiglie che fino a giorni fa avevano una vita, oggi dormono nelle proprie auto o sulle 200 brandine allestite d’urgenza a Monteruscello.

Il ministro per la Protezione Civile Nello Musumeci tuona contro una gestione urbanistica definita “criminale”, puntando ancora il dito contro chi ha permesso di edificare interi quartieri sopra una caldera attiva.

Palazzo Chigi rivendica il mezzo miliardo di euro messo in campo, accusando Regione e Comuni di essere incapaci di “mettere a terra” i progetti.

Opposizioni locali e nazionali cavalcano il malcontento: i 5 Stelle parlano di “briciole”, il deputato di Avs Francesco Emilio Borrelli chiede a Meloni e Musumeci di “metterci la faccia” e sbloccare fondi speciali anche per l’edilizia privata, oggi esclusa per banali vizi di forma.

I tempi lenti dell’inchiesta

La realtà che attende i cittadini flegrei è però un tunnel lungo e buio. La Procura ha acquisito le carte per evitare che “spariscano”, ma il passaggio dal Modello 45 all’iscrizione eventuali dei primi nomi nel registro degli indagati per omissione d’atti d’ufficio o crollo colposo richiederà settimane.

Seguiranno, forse, le perizie: dai 6 ai 12 mesi solo per stabilire se quei lavori mai partiti avrebbero davvero fermato i massi del Monte Olibano. Per una sentenza definitiva, guardando ai precedenti di L’Aquila o Amatrice, l’orizzonte è di 3-5 anni.

Un’impasse che sa di fallimento programmato

Lo Stato stanzia, la Regione incassa, i Comuni aspettano e la burocrazia, improvvisamente elevata a capro espiatorio universale, giustifica l’immobilismo di chi avrebbe dovuto agire quando la terra non tremava.

Restano le grida di “vergogna” che ieri hanno accolto il ministro della Cultura Alessandro Giuli durante il sopralluogo all’Anfiteatro Flavio. L’unica reazione di un territorio che non crede più alle passerelle e che vede la propria sicurezza sepolta sotto una montagna di carte bollate.

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