Sarà difficile: il flop sui dazi gli costa 100 miliardi. Il nodo accise, Confindustria inchioda l'Ue
Che abbia l’ego che va da New York a Hormuz si sa: si crede un Re Mida e lo è, Donald Trump. Al contrario, però. Tutto ciò che tocca, piuttosto che oro, diventa piombo. Per restare nella decenza. Ed è per questo che una fonte iraniana ha riferito a Reuters di sperare che qualcuno gli tolga lo smartphone. Basterebbe uno dei suoi (soliti) sproloqui su Truth per mandare a monte l’intesa che potrebbe riaprire Hormuz, restituire ossigeno ai mercati internazionali e far riprendere i commerci, non solo ma soprattutto quelli energetici, in tutto il mondo.
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Trump, basta la parola (degli houthi)
Ieri il Temporeggiatore della Casa Bianca ha detto che “oggi o domani” si riapre tutto. I mercati, che boccaloni, di fronte alle sue promesse, hanno impresso un nuovo crollo ai prezzi del petrolio. Bissato da quello del gas sul Ttf di Amsterdam. Bene, già. Ma non benissimo, perché son bastate le minacce latrate dagli houthi per far risalire il costo del barile là dove era arrivato nei giorni scorsi, attorno agli ottanta dollari al barile. Il solito proclama dei ribelli, pronti a colpire chiunque. Soprattutto navi che portano oil & gas. Distraendosi per un attimo dai loro meme, i Pasdaran hanno fatto sapere sui loro media che l’Iran non accetterà alcun accordo di riapertura di Hormuz sotto la minaccia degli americani.
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Toglietegli lo smartphone
Sotto traccia, però, si spera che il Re Mida (al contrario) si faccia per una volta gli affari suoi. Trump si fermi, non scriva nulla su Hormuz. Non sarà facile convincerlo, Melania dovrà fare davvero gli straordinari dal momento che il tycoon deve fronteggiare le conseguenze dei dazi. Sì, perché ha già dovuto restituire ben cento miliardi di dollari di tariffe reciproche (a fronte dei 165 miliardi raccolti dal Liberation Day del 2 marzo dello scorso anno).
Niente Patriot all’Ucraina
Per adesso, a fare le spese della furia di Trump è il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Dopo l’attacco coi missili balistici sferrati dai russi sulla capitale Kiev, costato la vita a 17 persone, ha pure strigliato gli alleati. “Se avessimo avuto gli intercettori sarebbero ancora vivi”. The Don, di consegnargli nuovi Patriot, come ha riferito il Financial Times, non ne vuol proprio sapere. Forse è rimasto a terra pure lui se son vere le notizie riportate, giorni fa, da Reuters, secondo cui l’immaginifico attacco finale da sferrare sull’Iran sarebbe saltato perché c’erano pochi razzi.
Araghchi è in ferie ma parla al telefono con Tajani
Intanto, tornando al Medio Oriente, le trattative tra Teheran e l’Oman proseguono e non convince fino in fondo la “scusa” secondo cui bisognerebbe aspettare il rientro dalle ferie del ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi perché l’intesa venga finalizzata. Nota a margine: Araghchi sarà pure in vacanza però ha trovato il tempo di rispondere al telefono quando gli è arrivata dalla Farnesina la chiamata del vicepremier Antonio Tajani per parlare dello Stretto e della libertà di navigazione.
Il nodo accise, la scommessa (forzata) dell’Italia
Non è mica un caso che un esponente del governo italiano abbia deciso di volerci veder chiaro sui tempi di Hormuz. I media arabi dicono che mancano “uno” massimo “due punti” perché l’accordo si chiuda. L’Italia ha puntato, di nuovo e fortissimo, sulla riapertura dello Stretto. Il taglio alle accise è stato confermato fino al 25 agosto per 17 cents solo sul diesel, con fondi raccattati da tagli sanguinosi ai ministeri. Nonostante le belle parole ripetute ieri pure dal Ministro alle Imprese Adolfo Urso, non convincono fino in fondo gli industriali. Che, però, apprezzano il pensiero: “Sui carburanti capiamo la difficoltà del bilancio dello Stato ma non possiamo pensare che i 15-17 centesimi diano un sollievo, ma non possiamo neanche pensare che con quello che ci accade al di fuori dal nostro continente possiamo fare miracoli col nostro paese”.
Una questione europea
Insomma, è una questione europea: “Il vero tema è che l’Europa si dovrebbe chiedere come mai abbiamo perso le raffinerie nel nostro paese che eravamo i migliori”. Ecco che, a prescindere dal fatto che “il 50% della capacità di raffinazione russa è stata azzerata” (copyright Giorgetti), il tema che torna è quello del sogno green che s’è trasformato in un incubo. E questa non è un’altra storia. Che può finire: se qualcuno toglie lo smartphone a Trump forse si può riaprire Hormuz.