Commissione europea: quando il malessere dei funzionari diventa un problema per l’Europa
L’inchiesta pubblicata da Politico Europe il 6 agosto, a firma di Sebastian Starcevic (“Perché tutti vogliono lavorare alla Commissione europea – e perché così tanti finiscono per essere infelici”) merita un plauso.
Non perché scopra qualcosa di completamente nuovo, ma perché rompe finalmente un tabù: quello del progressivo deterioramento delle condizioni di lavoro nella Commissione europea. E lo fa sin dal sommario dell’articolo: “La Commissione è uno dei datori di lavoro più ambiti di Bruxelles. Al suo interno, i funzionari parlano di pressioni crescenti, burocrazia e esaurimento professionale.” Un fenomeno di cui a Bruxelles si discute da anni nei corridoi del Berlaymont, ma raramente sulle pagine dei giornali.
170.000 candidati all’ultimo concorso: quasi la metà italiani
Il servizio racconta il paradosso di un’istituzione che continua ad attrarre migliaia di giovani europei (circa 170.000 candidati quest’anno – dei quali quasi la metà italiani – per appena 1.500 posti) ma che, una volta superato il concorso, nonostante gli ottimi trattamenti economici, lascia molti funzionari delusi, affaticati, frustrati e, in alcuni casi, vicini al burnout. Carichi di lavoro crescenti, eccesso di burocrazia, management talvolta inadeguato e difficoltà organizzative emergono dalle testimonianze raccolte tra funzionari di diverse Direzioni Generali.
Calo di attrattività in molti paesi
Già il 6 maggio scorso, su L’Identità, avevo dato conto dell’allarme lanciato da Cristiano Sebastiani, presidente del sindacato Renouveau & Démocratie, sull’inquietante calo di attrattività della funzione pubblica europea nei paesi del Nord e sulle difficoltà nel reclutare i migliori talenti. L’inchiesta di Politico rappresenta oggi la naturale conferma che il problema non riguarda soltanto il reclutamento, ma anche la capacità di trattenere e motivare chi già lavora nelle istituzioni.
All’obiezione di chi pensa che il buon trattamento economico dovrebbe bastare per rendere felici e motivati i funzionari Ue, Sebastiani risponde in modo molto netto, con la schiettezza del vecchio ufficiale dei carabinieri paracadutista del Battaglione Tuscania: “l’argomento dello stipendio può al limite valere per gli italiani che partecipano in modo così numeroso ai concorsi. E per paesi dove gli stipendi sono notevolmente inferiori alla media europea. Come l’Italia, appunto. Ma non vale per molti altri stati membri i cui candidati sono assolutamente insufficienti al punto da aver convinto il Parlamento europeo a chiedere di organizzare concorsi per nazionalità.
Dopodiché l’assioma secondo il quale chi è ben pagato non ha problemi sul lavoro è una falsità, senza che sia necessario scomodare esperti in materia.
Per esempio, nel caso più significativo di suicidi sul posto di lavoro – che è quello dell’ondata in Francia, a France Télécom e a La Poste – questi hanno riguardato i managers molto più degli operai, e tra i managers i più brillianti. Gli scansafatiche e gli opportunisti non si suicidano per frustrazioni professionali”.
Una fotografia complessivamente realistica
Da ex dirigente della Commissione europea – che ha anche diretto un’Unità Risorse umane e gestito il seguito, drammatico e penoso, di un suicidio sul posto di lavoro – considero la fotografia scattata da Politico nel complesso realistica, pur senza condividere ogni conclusione. Soprattutto quelle utili ad alimentare la guerra cognitiva contro l’Europa, di cui ho parlato in questa rubrica il 17 giugno.
Le situazioni sono infatti molto diverse da una Direzione Generale all’altra. Esistono servizi eccellenti e dirigenti di altissimo livello, accanto ad altri nei quali la qualità del management, oltre che la conoscenza tecnica dei dossier, lascia decisamente a desiderare, nonostante i loro sempre smaglianti sorrisi – poco in linea con la drammaticità dei tempi che corrono – nelle foto ufficiali e sui social. Generalizzare sarebbe quindi un errore.
Dai tempi di Kinnock si sta togliendo l’acqua ai pesci nell’acquario
Ciò che invece dovrebbe preoccupare è una tendenza di lungo periodo. Appare evidente che, da oltre vent’anni, sia in corso una sorta di strategia di progressivo indebolimento della funzione pubblica europea. Come si dice in gergo, “si sta togliendo l’acqua ai pesci nell’acquario”: i pesci sono i funzionari, l’acqua è l’insieme delle condizioni – non solo economiche – che consentono loro di lavorare con motivazione, indipendenza ed efficacia.
Molti fanno risalire questa evoluzione alle grandi riforme amministrative avviate ai tempi del commissario – britannico, guarda il caso – Neil Kinnock. Riforme ispirate, sotto la Presidenza di Romano Prodi, da obiettivi condivisibili di trasparenza e controllo, ma che hanno anche moltiplicato procedure, livelli decisionali, ridotto la competenza tecnica dei dirigenti, e aumentato gli adempimenti amministrativi, a scapito progressivamente degli spazi di autonomia e responsabilità dei funzionari.
In questa situazione si devono gestire crisi epocali
Nel frattempo, il ruolo geopolitico dell’Unione è enormemente cresciuto. Guerra in Ucraina, competizione con Cina e Stati Uniti, sicurezza, migrazioni, transizione energetica: ogni dossier richiede competenze elevate e decisioni rapide. Eppure, proprio l’amministrazione chiamata a sostenere questa sfida appare oggi più fragile di quanto dovrebbe essere. E di quanto lo era ai tempi d’oro di Jacques Delors, che chi scrive ha vissuto personalmente, quale primo ufficiale della Guardia di Finanza presso i servizi antifrode della Commissione europea. Epoca in cui i funzionari erano tutti animati dall’entusiasmo di contribuire alla costruzione del progetto europeo. E non a caso, prima di entrare in carriera, tra le diverse e sempre severe prove di selezione, dovevano superare quelle sulla perfetta conoscenza della storia dell’integrazione europea e del funzionamento delle sue istituzioni.
Da molto tempo, soprattutto dopo l’allargamento ai paesi dell’Est, non è più così. E la conoscenza del funzionamento dell’Ue è stata in gran parte sostituita da test di «ragionamento numerico-verbale». Aprendo le porte più a mercenari sensibili alla carriera, che a idealisti della costruzione europea che, da sette decenni, ha garantito pace, sicurezza, prosperità e libertà ai suoi cittadini.
I problemi non vanno nascosti sotto il tappeto, ma affrontati: a Bruxelles e nelle altre capitali
Su questo punto le parole di Sebastiani meritano attenzione. Il presidente di Renouveau & Démocratie denuncia da tempo una “cultura istituzionale che si illude di tutelare la propria credibilità nascondendo i problemi sotto il tappeto”, ricordando che l’indipendenza della funzione pubblica europea richiede procedure realmente efficaci contro abusi, molestie e ritorsioni.
Da troppo tempo il dibattito pubblico continua invece a fermarsi agli stereotipi sui presunti privilegi degli “eurocrati”. Sarebbe più utile, invece, interrogarsi sulla qualità e l’attrattività in tutti gli Stati membri – non solo nei paesi del Sud e dell’Est – della funzione pubblica europea e del suo management. Perché l’efficienza delle istituzioni dipende soprattutto dalla qualità e dalla reale motivazione – che va coltivata e alimentata – delle donne e degli uomini chiamati a servirle e, soprattutto, da chi li dirige.
Riservatezza non può essere confusa con omertà e critica costruttiva
Sebastiani è molto chiaro. «Dire che la funzione pubblica europea è un lussuoso acquario in cui nuotano pesci rossi pieni di buone intenzioni cui i cattivoni vogliono togliere l’acqua, non aiuta a spiegare la realtà. Che è più complessa.
La metafora più vicina alla realtà è quella che vede nuotare indisturbati, accanto a pesci di varia natura – molti pieni di buone intenzioni europee, altri meno – anche alcuni piranha che nessuno sembra voler o poter fermare: il mobbing, la cultura del silenzio e dell’impunità descritti nell’articolo di Politico. E visto che i padroni politici dell’acquario non si occupano del fenomeno, l’unica soluzione è parlarne pubblicamente. Anche se sempre in modo costruttivo, avendo a cuore il bene dell’Istituzione e della costruzione europea. E in questo contesto la stampa veramente libera e indipendente ha un ruolo molto importante.
Anche se, quando si esportano in pubblico le polemiche interne, c’è sempre il rischio di essere strumentalizzati da chi vuole solo il peggio. Ed anche di esser criticati dalle anime belle che pontificano ricordando che i panni sporchi si lavano sempre e solo in famiglia. Confondendo la riservatezza con l’omertà».
Un appello a Bruxelles e alle capitali nazionali
Da parte mia, da convinto patriota europeo, oltre che italiano, ritengo che se si continua a togliere acqua all’acquario, e lasciare indisturbati i piranha, prima o poi sarà la fine di quell’ecosistema virtuoso che, al netto di un euroscetticismo interessato – quando non è strumento di guerra ibrida e cognitiva contro l’Europa e l’Occidente – ha contribuito a garantire sette decenni di pace, sicurezza, prosperità e libertà ai cittadini europei.
E un’Europa con una funzione pubblica demotivata – se non frustrata -, meno attrattiva e meno indipendente è un’Europa inevitabilmente più debole.
È una riflessione che Bruxelles, ma anche le altre capitali degli Stati membri dell’Unione, non possono più permettersi di rinviare.
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