Tortora vola, ma c’è chi ha tenuto le ali chiuse
Enzo Tortora in una immagine di archivio . ANSA
Oggi è il 12 agosto, e per me questa data porta con sé il peso di una ricorrenza amara. Il 12 agosto 2023 iniziava un incubo, purtroppo non l’unico in una vita comunque ricca di soddisfazioni ma anche di tormenti: un incubo che segnò quell’anno e che, da allora, ha segnato parte della mia esistenza, quella della mia famiglia e di chi mi vuole bene. Iniziò così un gravissimo errore giudiziario. In realtà fu un’indagine che aveva calpestato perfino le prime, elementari forme di garanzia: dovetti leggere sui giornali di essere accusato di reati gravissimi, tra cui un attentato a un giornalista. Dovetti leggerlo sui giornali perché a me non era arrivato alcun avviso di garanzia. Un’indagine iniziata tre anni prima non aveva trovato il modo né di ascoltarmi, né di approfondire attraverso verifiche elementari, pur essendo, già a un primo sguardo, piena di incongruenze.
Le intercettazioni che si ribaltano in prove a discolpa
Nel mese di ottobre, grazie a un importante lavoro mio e dei miei difensori, dimostrammo come le intercettazioni telefoniche, se solo venivano ascoltate alla lettera invece che forzate a un’interpretazione accusatoria, si trasformavano addirittura in prove a mia discolpa. L’intero racconto del pentito – che per inciso, nel mese di settembre, in un altro processo, era stato dichiarato da un giudice completamente inattendibile e bugiardo – faceva acqua da tutte le parti.
Diceva, in sintesi, che lo avrei contattato in un’abitazione di mia proprietà, parlando della figlia del giornalista e pagando la minaccia con un bonifico da 25.000 euro. Peccato che io in quella casa non potessi essere: l’avevo comprata mesi dopo l’attentato, come sarebbe bastato chiedere al notaio e verificare quando ne avevo ricevuto le chiavi da chi me l’aveva venduta. E sarebbe bastato anche parlare con il giornalista in questione, che di figlie femmine non ne ha: ha solo due figli maschi.
Il bonifico inesistente e la fine dell’errore giudiziario
Quanto al bonifico da 25.000 euro, un’analisi persino banale mostrava che l’unico movimento di quella cifra era avvenuto oltre un anno dopo i fatti – come se avesse un senso qualsiasi intrattenere un rapporto con la criminalità organizzata regolando i conti con un bonifico bancario a 365 giorni. Non ci crede nemmeno un fesso. Quel bonifico, tra l’altro, è stato accertato essere il pagamento, del tutto legittimo, di opere effettivamente eseguite nella ristrutturazione di una mia abitazione: l’unico vero motivo del pagamento, di cui l’artefice materiale ignorava perfino la vera identità del presunto pentito.
Una cristallizzazione confermata anche dai periti nominati dalla stessa pubblica accusa, che verificarono come quelle opere fossero state realmente eseguite, e dunque pagate, un anno dopo i fatti contestati.
Arrivò poi la prova che tagliò la testa al toro, e l’indagine venne archiviata, con tanto di scuse. E questo, va detto, rende onore al pubblico ministero che quella archiviazione la firmò.
La Giornata Tortora per le vittime di errori giudiziari
Tutto questo per arrivare a un fatto politico di queste ultime ore. Di fronte agli errori giudiziari, di fronte ai cittadini che hanno pagato per errori dello Stato – errori che dovrebbero far vergognare qualunque Stato civile, che purtroppo esistono ovunque ma che gli Stati seri devono in qualche modo provare a ripagare, sul piano economico e su quello morale – il Parlamento è stato chiamato a esprimersi su un provvedimento che non ha colore politico, ma che è semplicemente un atto di giustizia: istituire una giornata che ricordi le vittime della malagiustizia. La Camera lo ha approvato il 4 agosto scorso: 178 voti favorevoli, nessun contrario, 97 astenuti. La legge, promossa da Davide Faraone e sostenuta con forza dal capogruppo di Forza Italia Enrico Costa, porterà il nome di Enzo Tortora e sarà celebrata ogni 17 giugno, giorno del suo arresto nel 1983. Ora attende il passaggio al Senato.
L’astensione di Pd, M5S e Avs e il senso della Giustizia
E qui arriva la sorpresa amara per gran parte degli italiani: di fronte a un provvedimento che non chiedeva altro che di riconoscere il dolore di chi ha subito sulla propria pelle l’errore dello Stato, PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra non hanno votato a favore. Si sono astenuti. Non un voto contrario dichiarato, che avrebbe almeno il pregio di una scomoda onestà: un’astensione, che a mio modo di vedere è vigliaccheria travestita da cautela, arroganza travestita da prudenza istituzionale, l’incapacità di capire – o la scelta di non voler capire – cosa significhi la Giustizia con la G maiuscola.
Chi come me ha vissuto, anche solo per qualche mese, cosa voglia dire essere accusato sui giornali di reati mai commessi, sa che la memoria di chi è stato travolto da un errore giudiziario non è un tema che si possa archiviare con un’astensione. Si può essere garantisti o giustizialisti, si può discutere di riforme della magistratura fino a notte fonda: ma davanti al nome di chi ha pagato con la libertà, la dignità e il lavoro un errore che non era suo, un Parlamento degno di questo nome dovrebbe trovare il coraggio di dire sì. Tortora, quel 17 giugno, non scelse di volare in gabbia. Chi oggi si è tirato indietro, invece, le ali se le è tenute chiuse per scelta.
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