La Lega scopre i diritti civili mentre perde se stessa
La parabola politica di Matteo Salvini assomiglia sempre più al dramma identitario di Vitangelo Moscarda, il protagonista del capolavoro di Luigi Pirandello: Uno, nessuno e centomila. Per anni il leader del Carroccio ha creduto di essere ‘uno’, il Capo indiscusso, l’unico capace di parlare a un popolo intero. Poi, la realtà ha iniziato a mostrare le prime crepe. Bastano pochi dettagli fuori posto, come quel naso che pende un po’ a destra nel romanzo, per rendersi conto che lo sguardo degli altri restituisce un’immagine frammentata, distorta, non più sua.
Oggi, quel leader monolitico si scopre ‘centomila’, diviso tra il nostalgico richiamo del Nord e le ambizioni nazionali ormai sbiadite, intrappolato tra i governatori pragmatici che chiedono concretezza e i fedelissimi che inseguono la provocazione quotidiana. Ogni fazione, ogni corrente, ogni elettore in fuga vede una Lega diversa, una maschera differente applicata sul volto stanco di un leader che rincorre tutti senza accontentare nessuno. E il rischio finale, per via Bellerio, è esattamente lo stesso del finale pirandelliano: scivolare nell’isolamento, perdere la propria natura originaria e scoprirsi, improvvisamente, ‘nessuno’.
Il dato che rompe qualsiasi interpretazione legata alla cattiva sorte o al cambiamento fisiologico dell’elettorato è quello evidenziato dallo stesso Fontana che sottolinea: “Dal 34 al 5 per cento non è più una flessione, non è una fase di assestamento, è un vero e proprio crollo”. E i crolli in politica dipendono quasi sempre da una leadership logorata in profondità.
La Lega di Salvini ha vissuto per anni di iper-personalizzazione, di slogan semplici e riconoscibili. Quella macchina, per un periodo, ha funzionato benissimo: ha trasformato un partito territoriale in una forza nazionale, ha monopolizzato il linguaggio della destra, ha dato a Salvini una centralità che sembrava inattaccabile. Ma proprio quella trasformazione oggi presenta il conto. Se tutto si identifica con il capo, quando il capo perde spinta e credibilità non resta quasi nulla che tenga insieme il resto.
Il malessere di cui parla Fontana va letto esattamente così, non come una congiura di palazzo, ma come il riflesso di una delusione che sale da chi la Lega la votava. È l’elettore leghista, prima ancora del dirigente, ad avvertire che il partito non incide più, non detta più l’agenda, non rappresenta più una differenza netta. Sta al governo ma appare subalterno, urla meno di prima ma senza guadagnare in autorevolezza, prova a presidiare i suoi temi tradizionali ma senza più l’energia di un tempo. E soprattutto sembra non sapere bene che cosa voglia diventare.
Per questo la frase sul possibile passo indietro di Salvini conta. Non perché annunci davvero un imminente regolamento di conti, ma perché certifica che l’indicibile è diventato dicibile. Fino a poco tempo fa, mettere in discussione il leader sarebbe sembrato sacrilego. Oggi entra nel perimetro delle opzioni praticabili. E quando accade, significa che la crisi è arrivata a un grado avanzato: la leadership non è più considerata il rimedio, ma una parte del problema.
C’è poi l’altro passaggio, sicuramente quello più clamoroso perché annuncia non una piccola ma una grande, grandissima rivoluzione: all’interno della Lega c’è chi vuole occuparsi di diritti civili.
E questo più che un rinnovamento sembrerebbe un’ammissione di colpa, un ammettere che il vecchio repertorio non basta più, che l’identità del partito non può reggersi soltanto su sicurezza, immigrazione, tasse e autonomie, e che perfino nel suo blocco sociale esistono domande nuove, o almeno linguaggi nuovi a cui non si può rispondere sempre con gli stessi riflessi.
Ma qui si vede anche tutta la difficoltà della Lega. Aprirsi ai diritti civili non è un’aggiunta cosmetica, implica una revisione culturale, perfino antropologica, per una forza che ha costruito se stessa sulla contrapposizione a molte di quelle sensibilità. Non basta mettere un tema nuovo accanto ai vecchi.
Le reazioni arriveranno, inevitabilmente. Perché Fontana ha toccato due nervi scoperti insieme. La leadership di Salvini e la natura futura della Lega. Ma il punto non è se nel partito scatterà l’ennesima smentita rituale. Il punto è che la fine della Lega non nasce dalle parole di Fontana, semmai quelle parole la fotografano e raccontano di un partito che ha perso voti, spinta, lessico e perfino paura di nominare il proprio declino. Quando succede, il passaggio successivo non è quasi mai il rilancio automatico. È la resa dei conti.
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