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Economia

A colpi di Moneta

L'arma finale di Trump: l'attacco finanziario a Teheran passa per gli affari (anche) con la Cina

di Giovanni Vasso -


Dopo aver finito i missili (almeno, così dicono quelli che la sanno lunga) Trump è pronto a scatenare il (vero) inferno sull’Iran e ci finisce in mezzo pure la Cina. Ci prova da anni a tagliare i viveri a Teheran. L’intervento armato degli Usa sul regime degli ayatollah è stato preannunciato da una fragorosa svalutazione del rial, la moneta locale. Già a dicembre, non valeva più nulla: ne servivano 1,4 milioni per comprare un dollaro. Tanti quanti ne servono anche oggi, più o meno. Cifre che sembrano ricordare quelle che, dopo la sconfitta nella Grande Guerra, interessarono la clamorosa perdita di valore del marco in Germania. È un obiettivo abbattuto, ormai. Ma la verità è che all’Iran interessa poco della sua moneta. Meglio, per ovvie ragioni, far scorta di denaro straniero.

Iran e Cina, Trump va all-in

Che siano dollari, yuan, euro. O criptovalute. Tutto fa brodo. Anzi, tutto fa cassa. Il denaro che arriva dall’estero serve come ossigeno al governo di Teheran. Son soldi freschi, che arrivano ad arricchire un sistema economico reso zoppo dalle millemila sanzioni Usa. Ora, però, si deve accelerare: ecco l’arma finale. La Casa Bianca vuole bloccare ogni esportazione, ogni rapporto che gli agenti economici e commerciali dell’Iran possono avere col globo. A Pechino sarà già scattato qualche allarme. I cinesi non lo ammetteranno mai e, anzi, hanno più volte smentito i dati secondo cui, come riferisce l’agenzia specializzata Kpler, il Dragone assorbirebbe da solo l’80 per cento dell’export iraniano di petrolio. Greggio che alimenterebbe il sistema delle cosiddette teapot, le “teiere” fumanti che raffinano migliaia e migliaia di barili di petrolio per tenere in piedi l’economia nazionale. Che, intanto, continua a crescere al punto che a luglio l’industria ha aumentato del 4,5% la sua produzione. Lasciando agli asfittici occidentali, specialmente agli europei, la magrissima (e un po’ farisaica..) consolazione di un (presunto) rallentamento, rispetto alla crescita a giugno stimata al 5,3%. Il petrolio iraniano, dunque, non deve uscire dal Paese. E pure l’India, il fantastico regno dei mille dazi (copyright Trump) e delle mille e una triangolazioni, rischia di farsi male. Il Paese di Bharat è importatore netto di energia come e più della Cina.

Una bomba atomica finanziaria

Togliere, di punto in bianco, la “benzina” del denaro estero a un Paese come l’Iran è atto che, potenzialmente, può risolvere la guerra in tre giorni. Così come, secondo altri analisti, prolungarla all’infinito affliggendo il mondo con conseguenze pesantissime. Dalla rottura, definitiva, di ciò che resta della globalizzazione fino all’aumento del prezzo dei beni petroliferi. Con il danno collaterale di far pagare agli “amici” del Medio Oriente che sognano di diventare le nuove Macao del mondo gli affari che derivano dal cambiare in dollari qualunque valuta del mondo. Oltre, va da sé, a far impennare ulteriormente il prezzo del petrolio.

Bessent come il dottor Stranamore

Ci vuole pelo sullo stomaco anche solo per pensarla, figuriamoci a sganciare una bomba finanziaria simile. Donald Trump, però, ha trovato in Scott Bessent il suo Dottor Stranamore. Una vita (professionale) passata accanto a George Soros (anche quando lanciò l’offensiva contro la sterlina, ricordate?) gli vale coraggio e fantasia. “Adotteremo misure come non se ne sono mai viste nella storia dell’isolamento economico di un Paese”, essì che gli Usa di embarghi hanno lunga esperienza. Ma, mai prima di oggi, gli Stati Uniti avevano lasciato intendere di voler andare fino in fondo con l’esorbitante privilegio garantitogli dall’essere valuta globale di riserva. Dal pulsante rosso dell’atomica, a quello verde dei dollari. Chi sbaglia, oltre all’Iran (pure la Cina?) subirà le stesse conseguenze.

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L’Ue inerme, la Cina no

Solo che Cina e India, a dirla tutta, non sono la pavida e sempre più povera Europa. A cui, proprio Bessent, ha inviato un messaggio che fa più male di uno schiaffo in faccia. Il Giappone, e lo yen, son stati salvati dagli americani. Ma in euro. E alla Bce nessuno ne sapeva niente. L’unica reazione è stata quella di mandare avanti le fonti anonime a esprimere dissenso sulle colonne dei giornaloni internazionali. Come se a un allievo di Soros (a proposito, ma Trump non era il “nemico” di questi finanzieri?) cose del genere possano fare impressione.

La questione crypto

E poi c’è la questione crypto. Già, perché l’Iran, negli anni passati, ha chiamato chiunque volesse a “minare” da loro dove l’energia costa nulla. In pratica, il lavoro di estrazione di bitcoin che in Occidente oscilla tra i 75mila euro e gli 87mila dollari, lì costa non più di 1.312 dollari. Una pacchia. Soldi facili, veloci e pronti a finire in cassa a Teheran. Fronte, del resto, su cui i cinesi sono impegnati quanto gli americani e proprio ieri Reuters dava conto della liaison, fin troppo stretta, tra la World Liberty Financial, cara al presidente Usa e a suo figlio Eric, e un’azienda di Hong Kong che offrirebbe servizi di Ai vietatissimi dalle norme Usa. Tra Iran e Cina e Stati Uniti è una questione seria. Che si combatterà a colpi di Moneta.


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