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Esteri

Trump minaccia, l’Iran smentisce: la diplomazia del terrore non funziona più

L'ultima trumpata: “Se l'Oman si mette in mezzo, lo bombarderemo pesantemente”

di Ernesto Ferrante -


Donald Trump continua a gestire la crisi mediorientale come un reality politico, scandendo le giornate con minacce plateali e annunci pensati per fare rumore più che per produrre risultati. L’ultima trumpata è: “Se l’Oman si mette in mezzo, lo bombarderemo”. Una frase che da sola basterebbe a descrivere la strategia del presidente statunitense di intimidire, sperando che il mondo si spaventi. A Fox News ha poi definito “noccioline” le munizioni finora usate contro l’Iran, assicurando che gli Stati Uniti avrebbero ancora “molte armi di medio livello”. Una retorica muscolare che stride con la realtà sul terreno e con la credibilità internazionale di Washington.

L’Iran non arretra

Teheran lo ha smentito ancora una volta, con una precisione chirurgica. Quando il tycoon ha rivendicato l’esistenza di un “canale riservato” con i Guardiani della Rivoluzione, il portavoce Hossein Mohebi ha liquidato la cosa come “solo un’illusione”, una fantasia “nata dal fallimento”. Non ci sono colloqui, non c’è alcuna bandiera bianca, non c’è alcuna resa alla scadenza della deadline di 60 giorni del memorandum d’intesa. La Repubblica islamica ha ribaltato la narrativa trumpiana, presentandola come un tentativo disperato di influenzare i mercati energetici e mascherare la difficoltà americana nel gestire un conflitto che si allarga. Muscat e Teheran hanno anche annunciano un accordo sulla mappa del transito nello Stretto di Hormuz.

Le voci di dentro che inchiodano il tycoon

Le grandi testate statunitensi confermano questo quadro. Il Wall Street Journal ha rivelato che gli iraniani starebbero preparando una nuova escalation, con un “piano segreto” che rafforzerebbe il controllo dei Pasdaran sull’esercito, aumenterebbe la produzione di missili e droni e coordinerebbe le milizie filo-iraniane in Yemen e Iraq per estendere il conflitto al Mar Rosso. Un Iran ben lontano dall’immagine di un Paese “in ginocchio” che il capo della Casa Bianca continua a vendere ai suoi elettori.

La complicata gestione dell’alleato Netanyahu

Sul fronte israeliano, la situazione è in evoluzione. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha avuto un “colloquio approfondito e costruttivo” con il Board of Peace per Gaza. Lo ha reso noto l’ufficio del premier israeliano su X, spiegando che “è stato concordato di istituire due gruppi di lavoro: uno sul disarmo e la smilitarizzazione di Gaza, che sia Israele sia il Board of Peace ritengono debba essere completato rapidamente prima di qualsiasi ricostruzione a Gaza, e un secondo gruppo di lavoro che si concentrerà sui servizi igienico-sanitari, sull’acqua potabile e su altre questioni di salute pubblica per la popolazione di Gaza, che hanno un impatto anche sulla popolazione israeliana”. Netanyahu ha incontrato l’inviato degli Stati Uniti e genero del presidente americano Donald Trump, Jared Kushner, oltre a rappresentanti del Board.

Stando a quanto ha riferito un funzionario israeliano all’Afp, i due hanno concordato che il disarmo di Hamas a Gaza dovrà avvenire sotto la supervisione di un “generale americano”. Secondo la fonte, “il primo passo verso la demilitarizzazione della Striscia sarà la consegna delle armi da parte di Hamas, che dovranno essere dismesse sotto la supervisione di un generale statunitense”. Benjamin Netanyahu ha inoltre ribadito che Israele non ritirerà le proprie truppe da Gaza, fino a quando questo passaggio non sarà completato.

L’Unifil fornisce i numeri degli attacchi di Israele in Libano

L’attività militare israeliana in Libano è aumentata significativamente nelle ultime settimane, con una media di 137 proiettili giornalieri registrati dall’Unifil tra le 5 e le 5 del mattino del 16 agosto, come comunicato dalla missione Onu. L’incremento dei raid, che hanno raggiunto i livelli massimi alla fine della settimana, con 208 proiettili registrati nel deserto e altri 185 nel territorio, in un contesto di crescente tensione lungo il confine tra i due Paesi, ha spinto la missione a denunciarlo attraverso una nota in cui è stato evidenziato l’impatto diretto sulla popolazione civile.


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