Dal mismatch italiano alla bolla Ue mentre in Usa la fame di Big Tech fa infuriare le comunità locali
Intelligenza artificiale, quanti problemi. Una volta, nemmeno troppo tempo fa, quando una bolla iniziava a mostrarsi ai mercati impanicando chi, poi, avrebbe dovuto metterci mano per risolverla, si dice Too Big to Fail. È troppo grande per esplodere, per fallire. Ecco, l’intelligenza artificiale è (già) così. Con il tramonto della finanza green, con la fine dei Dei, dell’etica venduta a credito, i soldi, i Big Money, si son riversati tutti nella transizione digitale. Contestualmente, gli investimenti hanno poi riguardato il tema dell’energia. Perché senza corrente non c’è data center che tenga. Nel frattempo, però, l’innovazione corre così veloce che non si trovano tecnici debitamente formati e le aziende, che devono assolutamente innovare se non vogliono restare fuori dal mercato, trovano sempre più difficoltà ad assumere personale in grado di sbrogliarsela tra prompt, blockchain, cloud e chissà quali altre diavolerie digitali.
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Intelligenza artificiale, quanti problemi
I dati di Confartigianato, in Italia, riferiscono che resta vacante addirittura un posto su due di quelli messi a disposizione dalle imprese. Il 51% degli annunci resta inevaso. Non si trova personale. E no, una volta tanto, non è una questione di salari bassi. Le imprese hanno ricercato, nel 2025, ben 621mila tecnici specializzati nell’intelligenza artificiale. Ben 316mila annunci, pari a poco meno del 51%, sono andati praticamente a vuoto. Il problema è generale e generalizzato. In tutta la Lombardia, il cuore pulsante dell’economia e dell’innovazione, mancano 61mila lavoratori. A Milano, nella sola capitale morale del Paese, se ne cercano (invano) poco meno di 30mila. Il 46,4% delle richieste delle imprese resta inesausta. Non va meglio a Roma dove le imprese cercano senza successo 24.580 figure su 55.240, pari al 44,5%, e nemmeno a Napoli che registra 16.200 lavoratori difficili da trovare su 36.010, pari al 45%. La questione, annosa in Italia, è sempre quella del mismatch. Le imprese cercano competenze specifiche, che sarebbero disposte a pagare bene, ma non le trovano. Certo, colmare le lacune non risolverebbe il problema annoso del lavoro povero però aiuterebbe, eccome.
La bolla che minaccia l’Europa
Ma l’intelligenza artificiale, nel mondo e non solo in Italia, sta svelando altri problemi. Nuove sfide che la politica non sembra aver neanche fiutato. In tutta Europa dove, inizialmente, ci si era illusi di poter ventilare il primato di aver regolamentato un fenomeno su cui la vecchia Ue conta come il due di coppe quando la briscola è a denari. Ecco, a denari. Sono 440 miliardi. Quelli che, secondo la Bce, rischierebbero di esplodere presto tra le mani delle famiglie europee. Gli investimenti finanziari sull’Ai sono tanti e tali, i valori così elevati, che per gli analisti non c’è altro da attendersi che un “aggiustamento”. Se tutto andrà bene. Altrimenti sarà una bolla, che esploderà. Bruciando risparmi europei per colpa di fallimenti (soprattutto) americani. Nulla è scontato, però. In attesa di capire come andranno le cose in Europa, nel resto del mondo sembrano aver preso già una piega ben precisa.
Usa a muro duro, la Cina incalza
Innanzitutto gli Stati Uniti hanno messo spalle al muro gli alleati. Hanno fatto la Pax Silica, a cui ha aderito anche l’Italia. Quei cattivoni dei cinesi, che pure a livello di innovazione non sono (quasi più) secondi a nessuno, hanno lanciato la loro iniziativa. Una sorta di via della Seta (ah, che fantasia) digitale. Da Washington, il messaggio è stato chiaro: o con noi, o contro di noi. Non è proprio un segnale di forza.
La fame di Big Tech
Quella, invece, che Big Tech continua a mostrare ai mercati. Le iniziative dei colossi digitali si sprecano. Google, Amazon, Meta, OpenAi e compagnia cliccante hanno fame di energia. Ne hanno bisogno per far funzionare i loro data center, le loro infrastrutture. Hanno, però, pure sete. Già, l’acqua diventa sempre più centrale e necessaria per il buon funzionamento degli impianti e, soprattutto, delle decine di centrali elettriche (soprattutto nucleari) che sono in cantiere. Hanno, infine, necessità di espandersi. E comprano terreni su terreni. Il guaio, in America, è che le comunità locali non ne possono più. Un data center sotto casa, troppo spesso, vuol dire meno risorse e più care. Insomma, bollette più salate e disservizi. Gli americani son pure disposti a rinunciare all’ambiente e agli spazi ma così è troppo. Persino per i padroni del vapore digitale della Silicon Valley. I dati parlano chiaro. Google e Amazon hanno registrato un’impennata di emissioni di gas serra, rispettivamente del 18 e del 16 per cento. Solo la creatura di Bezos ha rilasciato in atmosfera, nel 2025, poco meno di 81 milioni di tonnellate di Co2. E poi il problema dell’ambiente sarebbe il Pandino di zio Franco. Google, invece, ha registrato un aumento di richiesta di corrente pari al 37%.