L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Da Ranucci a Vannacci, due facce opposte dell’Italia che non amo

di Alessandro Butticé -


Vista da Bruxelles, l’Italia appare molto migliore della caricatura che troppo spesso offre di sé. È una convinzione che attraversa il mio libro  Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo (che cito solo perché tutti i diritti d’autore sono donati in beneficenza): spiegare l’Italia agli europei e l’Europa agli italiani, fuori dagli stereotipi di un Paese ridotto a mafia, corruzione, furberie e mandolino. Ma per difendere l’Italia in Europa, sempre più spesso bisogna difenderla prima di tutto da se stessa. O, meglio, da quella che nei miei “pensieri in libertà” chiamo Pulcinellopoli.

Due vicende recenti, diversissime tra loro, sembrano rappresentarne due polarizzazioni speculari, una a sinistra e una a destra. E, come spesso accade, finiscono per alimentarsi a vicenda.

Lavitola mandante dell’attentato a Ranucci

La prima è il caso Lavitola-Ranucci. In un commento richiestomi da Edoardo Sylos Labini, e pubblicato il 13 agosto su Cultura Identità, ho fatto una riflessione sulla confessione di Valter Lavitola, che davanti al Gip si è attribuito il ruolo di mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, sostenendo di averlo organizzato per far aumentare il livello della scorta dell’amico fraterno.

Nulla, allo stato, consente di attribuire a Ranucci conoscenza o responsabilità: resta la vittima. Ma la vicenda evoca inevitabilmente il monito di Leonardo Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”: non contro l’antimafia vera, bensì contro la sua trasformazione in patente morale, carriera, potere e rappresentazione di eroe senza macchia e senza paura. Ho letto che Ranucci si definisce un « catto-comunista », ma sembra dare a molti l’impressione di non conoscere l’insegnamento di San Francesco di Sales, secondo il quale «vale più un grammo di buon esempio che quintali di parole».

Nel mio libro, dopo la prefazione di Caterina Chinnici, figlia dell’eroe e martire della lotta alla mafia Rocco Chinnici, vengono ricordati i veri eroi – ad esempio, Dalla Chiesa, Chinnici, appunto, Falcone, Borsellino e le loro scorte – contrapponendoli a troppi autoproclamati eroi di cartone e alle carriere talvolta costruite all’ombra del sangue di chi eroe lo è stato davvero, con quintali di buon esempio personale.

Vannacci e l’uso politico dell’uniforme

All’altro estremo c’è un’altra deformazione: l’uso politico dell’uniforme. In altro articolo, pubblicato da Formiche.net l’11 agosto, sulla candidatura del generale Carmelo Burgio a Milano ho ribadito un principio semplice: un militare in congedo ha pieno diritto di fare politica. Il problema nasce quando uniforme, gradi, mostrine e simboli militari diventano strumenti identitari di una campagna politica.

È quanto viene da noi contestato da anni a Roberto Vannacci, che consideriamo «un generale al contrario». Perché le Forze Armate non sono di destra, come non sono di sinistra. Non sono sovraniste, progressiste, o conservatrici, e neppure di centro. Sono della Repubblica. L’uniforme non rappresenta una parte dell’Italia: rappresenta l’Italia intera, nella difesa della Patria, l’osservanza della Costituzione e delle leggi, e la salvaguardia delle sue libere istituzioni.

Due pessimi esempi da destra e sinistra

Ecco allora due facce politicamente opposte di quella che chiamo Pulcinellopoli. Da una parte la tentazione di costruire una superiorità morale attorno all’antimafia, alla magistratura e all’informazione militanti.

Dall’altra quella di trasformare la militarità in identità politica, confondendola con il caricaturale militarismo e usando il prestigio dell’uniforme come moltiplicatore di consenso.

Fenomeni diversi con radici comuni

Sono fenomeni profondamente diversi e sarebbe sbagliato stabilire equivalenze giuridiche o personali. Ma hanno una radice comune: la spettacolarizzazione delle istituzioni e dei loro simboli.

Da Bruxelles tutto questo si vede forse con maggiore nitidezza. Per decenni – a volte assieme ad altri italiani, altre in relativa solitudine –, nei servizi antifrode delle istituzioni europee e nella capitale d’Europa, chi scrive ha contribuito a far conoscere un Paese diverso: quello dei servitori dello Stato, dei militari fedeli al loro giuramento di fedeltà alla Repubblica e salvaguardia delle istituzioni democratiche – comprese quelle Ue -, dei magistrati onesti e senza lenti ideologiche, dei funzionari integerrimi, dei giornalisti davvero indipendenti, degli imprenditori e dei volontari che fanno il proprio dovere senza trasformarlo in un palcoscenico. È anche il filo conduttore dei miei pensieri in libertà: guardare alle due Patrie, italiana ed europea, con l’amore del patriota ma anche con il distacco dell’osservatore libero e indipendente.

L’Italia del terzo di eroi

È l’Italia di quello che nel libro viene provocatoriamente definito il “terzo di eroi”: gli eroi silenziosi della normalità, costretti spesso a portare sulle spalle anche due terzi di ignavi e delinquenti. Tra i quali le ragazze ed i ragazzi dei servizi scorte di Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia penitenziaria, che per quattro soldi rischiano la vita per proteggere giornalisti come Ranucci, politici come Vannacci (che prima o poi avrà anche lui la sua scorta, pronto a scommetterlo), magistrati ed altri. A rischio della loro vita per proteggere quella altrui : non per garantire uno status simbol da VIP o potenziale candidato premier. Sempre per distinguere i veri eroi, che rischiano davvero la vita, da quelli che si autoproclamano tali solo perché «professionisti dell’anti-qualcosa».

Due polarizzazioni che si legittimano reciprocamente

Il problema è che le due polarizzazioni si legittimano reciprocamente. L’antimafia trasformata in militanza offre argomenti a chi vuole dipingere magistratura e informazione come un partito, e limitarne l’indipendenza.

L’uniforme trasformata in propaganda offre argomenti a chi vuole dipingere militari e forze dell’ordine come patrimonio della destra.

Ciascuna faccia di Pulcinellopoli diventa così l’alibi dell’altra.

È un circolo vizioso che, come nel caso del gioielliere Roggero e delle rivolte violente di Bologna (di cui ad altro articolo del 29 luglio), impoverisce le istituzioni, radicalizza il confronto e divide ciò che dovrebbe unire.

L’Italia che deve sconfiggere Pulcinellopoli

Da Bruxelles continueremo quindi a difendere l’Italia in Europa. Ma sempre più spesso il lavoro più difficile resterà difenderla da Pulcinellopoli: da quella parte rumorosa, caricaturale, inaffidabile, tragicomica e autoreferenziale del Paese che finisce per oscurare l’Italia seria. Quella vera – che non ha bisogno né di eroi costruiti in un ristorante di pesce né di uniformi trasformate in manifesti elettorali – ha bisogno di servitori dell’informazione e dello Stato che sappiano restare tali, di istituzioni credibili, e di cittadini capaci di rispettarle.

PER TUTTE LE ALTRE NEWS DI ATTUALITA’


Torna alle notizie in home