Anche a sinistra si riscopre l’importanza dei confini
Nell’agone politico contemporaneo, solitamente dominato da una retorica che ha intende l’internazionalismo come sinonimo di cancellazione delle frontiere, si va facendo strada, quasi sottovoce ma con inequivocabile chiarezza, una lucida nuova consapevolezza che attraversa trasversalmente gli schieramenti.
I pensieri e la realtà si scontrano
La fine dello Stato nazionale non genera libertà, bensì un vuoto colmato esclusivamente dalle ciniche utilitaristiche logiche dei mercati. È una riflessione che non si ferma più ai confini della destra, ma che incontra, con inaspettato vigore, anche settori del pensiero progressista.
Pensieri un tempo arroccati su posizioni cosmopolite e oggi costretti a confrontarsi con la realtà tangibile di un mondo in cui l’omologazione dell’individuo, lungi dall’essere il preludio di un’uguaglianza universale, si configura come il definitivo livellamento verso il basso.
L’isolamento non è emancipazione
Se osserviamo con occhio critico la parabola dei movimenti che hanno fatto dell’antiglobalizzazione il loro vessillo, appare paradossale notare come essi, in nome di un multiculturalismo votato alla dissoluzione delle identità, abbiano finito per offrire il fianco al globalismo più radicale.
Distruggere le culture, le lingue e le tradizioni nazionali non significa emancipare l’uomo, ma ridurlo a quel consumatore perfetto profetizzato da acuti osservatori del nostro passato, un atomo isolato e privo di radici che Longanesi avrebbe bollato nella sua caustica ironia come il prodotto seriale di un mondo senza qualità.
Privato della sua terra e dei suoi legami, l’individuo perde ogni difesa dinanzi al potere transnazionale del capitale apolide. Solo lo Stato nazionale può limitare efficacemente il dominio dei mercati.
Solo lo Stato nazionale è attualmente in grado di rappresentare la volontà popolare.
I confini
In questo scenario, il confine torna ad assumere il suo valore originario. Non rappresenta un muro di intolleranza, ma il perimetro necessario entro cui la democrazia può ancora esercitare la sua funzione di tutela della sovranità popolare.
Come ammoniva Pasolini con la sua tragica e profetica lucidità, il vero potere totalitario della modernità non si impone con le vecchie catene, ma attraverso un’omologazione consumistica che cancella le differenze culturali, i dialetti, le fedi e le specificità dei popoli per trasformare tutti in consumatori intercambiabili.
Ecco perché l’uomo non può essere ridotto meramente a ciò che consuma o a ciò che possiede. La sua esistenza deve legarsi a dei valori che vanno ben oltre la vita terrena e appetitiva, per aprirsi a qualcosa di superiore. Temuto o rimosso da una modernità laicista che ha paura di pronunciare la parola DIO o di ammettere la dimensione spirituale dell’esistenza, questo legame con il Trascendente e con la comunità d’origine è invece l’unico argine contro la mercificazione totale del valore della vita umana.
L’uomo è prima di tutto una persona, un figlio di qualcosa di superiore, legato alla sua terra e alle sue tradizioni.
Il realismo politico
Come acutamente osservato da Lucio Saccaro su il Fatto Quotidiano, la ridistribuzione sociale, la solidarietà e la tenuta del welfare sono possibili soltanto laddove sussista un comune sentire, una rete di lealtà reciproche che solo la comunità nazionale sa garantire. È un realismo politico che non si lascia sedurre da astrattismi internazionalisti; le scelte fondamentali, dalla gestione dei flussi migratori alla protezione del lavoro, richiedono un’autorità statale forte, capace di affermare l’interesse collettivo contro ogni forma di indebolimento della stabilità.
La voce di chi, anche a sinistra, inizia a reclamare il valore della patria e del confine non è un ritorno a un passato oscurantista, ma l’affermazione di un presente necessario. La democrazia, nel suo senso più concreto e quotidiano, ha bisogno dello Stato e di un uomo che sia attore e non spettatore passivo del proprio destino.
L’illusione di poter fare a meno di strutture nazionali, delegando tutto ai mercati, ha prodotto solo una pericolosa erosione dei diritti. Difendere i confini, preservare le specificità locali e dare autorevolezza alle istituzioni significa preservare la libertà stessa, affinché il mondo non scivoli in una dittatura globale fatta di algoritmi e indifferenza.
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