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Paglia, Vannacci e l’uniforme che appartiene alla Repubblica

di Alessandro Butticé -


Dopo il mio articolo della settimana scorsa su Ranucci e Vannacci, facce opposte di un’Italia che non amo e di quella che chiamo provocatoriamente “Pulcinellopoli”, mi ero ripromesso di non tornare per un po’ sull’argomento.

Cambio idea dopo le vili minacce di morte ricevute via social dal tenente colonnello Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Non lo faccio per aggiungermi ai doverosi cori di solidarietà arrivati dal mondo istituzionale, civile e militare contro i soliti conigli mannari e leoni solo da tastiera. Quella solidarietà è scontata e, naturalmente, la rinnovo.

Il dibattito sull’opportunità o meno degli interventi di Paglia

Mi interessa piuttosto il dibattito nato, anche in ambienti militari, sull’opportunità o meno delle dichiarazioni pubbliche di Paglia, pronunciate in uniforme da ufficiale ancora in servizio. Qualcuno – non molti, per fortuna – si è chiesto se fosse opportuno utilizzare l’autorevolezza di una Medaglia d’Oro per dire cose che avrebbe potuto, o dovuto, dire – a loro avviso – il ministro della Difesa o un sottosegretario, se non l’ufficio stampa dello Stato Maggiore della Difesa. E per dire altre cose che, secondo loro, dovevano restare “in famiglia”, all’interno dell’Esercito, e non discusse sulla pubblica piazza in un talk show televisivo.

Non sono d’accordo.

Al netto dei sempre tanti maestri del senno di poi e dei generatori professionali di dubbi amletici, che talvolta finiscono per suggerire di non fare nulla proprio quando qualcosa va fatta, credo che in questo caso una Medaglia d’Oro al Valore Militare avesse il migliore titolo per parlare di una questione delicatissima. Il rischio di una pericolosa deriva nella percezione, esterna ma anche interna, delle Forze Armate italiane. Di fronte ad una degenerazione ed imbarbarimento del linguaggio pubblico, e social – supportato dall’Intelligenza artificiale, oltre che da molta stupidità naturale – con uso di gradi e uniformi militari che necessitano un forte e deciso campanello d’allarme per la tenuta democratica del Paese, che deve prevalere su ogni calcolo elettorale.

L’intervento pubblico di Paglia ha dato voce a chi ha a cuore l’onore militare repubblicano

Qualunque esponente politico avrebbe continuato ad essere accusato di agire per convenienza o appartenenza politica. Come qualunque ufficio stampa sarebbe stato accusato di essere semplice esecutore di ordini di scuderia. Attenzione, però: il rischio zero, nella doverosa risposta ad una situazione che rischia di degenerare pericolosamente, non esiste. Dopo che è stato aperto – come temevamo, sin dall’agosto 2023 – un vaso di pandora che va richiuso al più presto.

Una MOVM, quindi, che ha diritto agli onori militari da parte di chiunque indossi od abbia indossato un’uniforme – indipendentemente dal grado rivestito, compresi quindi i generali – rappresenta simbolicamente una delle espressioni più alte e nobili delle Forze Armate. Ed esempio per tutti coloro che indossano od hanno indossato un’uniforme. Tanto più quando non propone programmi politici, non invita a votare o non votare qualcuno, e non entra nella contesa partitica, ma richiama unicamente principi che sono già sanciti dalla Costituzione e dal solenne giuramento militare prestato: fedeltà alla Repubblica, osservanza della Costituzione e delle leggi, difesa della Patria e salvaguardia delle libere istituzioni, con disciplina e onore.

È questo il punto.

Disciplina ed onore non sono vuota retorica

Ricordare agli italiani che il Generale Roberto Vannacci è stato destinatario di due pesanti sanzioni disciplinari – per complessivi 23 mesi di sospensione dal grado, che gli hanno fatto rischiare la degradazione a soldato semplice – non significa esprimere una preferenza politica. Significa fare pubblica informazione. Ricordando un fatto spiegando che, nell’ordinamento militare, “disciplina e onore” non sono parole decorative da pronunciare con vuota retorica solo durante le cerimonie.

Raccontare che il Generale di Divisione Vannacci, quando ha deciso di pubblicare il suo primo libro – che era un palese intervento a gamba tesa di un alto ufficiale ancora in servizio su temi controversi della politica nazionale ed internazionale -, illudendosi della presunta riconoscenza politica del Ministro della Difesa, sapeva già per certo di non poter ambire alla terza stella da generale di Corpo d’Armata è un altro fatto. Come è un fatto che Vannacci sapesse che, essendo la sua carriera ormai finita, non aveva nulla da perdere. Ed é una realtà per ogni militare che conosce le dinamiche delle promozioni in tempo di pace degli ufficiali, sin dall’uscita dell’Accademia. Senza bisogno di essere in possesso di una palla di cristallo o di informazioni riservate, come vorrebbe insinuare qualcuno. Anche se non è informazione scontata per il grande pubblico, che può confondere – e molti le hanno confuse – le necessarie doti ed i doveri di un generale della Repubblica Italiana (non di Wagner) con quelli di un semplice Rambo, che non a caso nel celebre film era un soldato semplice, e non un generale. Quindi bene ha fatto Paglia a fare pubblica informazione.

Vannacci non è un “ex militare”

Una precisazione, tuttavia, è necessaria. Vannacci non è un “ex militare”, come detto da Paglia: è un generale in congedo. E la distinzione conta. Un militare in congedo, pur conservando anche doveri – non solo onori – inerenti alla dignità del proprio grado – che per alti ufficiali è fatta anche di esempio –, gode pienamente dei diritti politici di ogni cittadino. Può fare politica, candidarsi ed essere eletto. Ma l’uniforme, i gradi e i simboli militari non devono mai trasformarsi in strumenti di propaganda partitica. Perché non appartengono a una destra o a una sinistra, e nemmeno ad un centro. Appartengono alla Repubblica. Nessuno dei militari in congedo delle Forze Armate, compresa la Guardia di Finanza, che, prima di Vannacci hanno svolto attività politica – con l’eccezione a nostro avviso folcloristica del generale dei Carabinieri Pappalardo – hanno mai usato le loro uniformi e i loro gradi per la propria campagna politica. Il Governatore della Basilicata Vito Bardi, già Comandante in Seconda della Guardia di Finanza è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero citare.

È ciò che sosteniamo dall’agosto 2023, quando scommettemmo – vincendo la scommessa – sull’entrata di Vannacci al Parlamento europeo l’anno successivo. Il nostro giudizio sul Vannacci generale non è cambiato ed è stato, semmai, rafforzato dalle successive sanzioni disciplinari per complessivi 23 mesi di sospensione dal grado, per violazione di quegli obblighi di «disciplina ed onore» sanciti dalla Costituzione, dal giuramento, e ricordati da Paglia. Confermo anche la stima personale per il ministro Guido Crosetto, conquistata in questa vicenda per aver agito immediatamente non da uomo di parte, ma anzi – contro gli stessi interessi elettorali del suo partito – unicamente da Ministro della Difesa di tutti i militari e di tutti gli italiani.

L’auspicio che Carmelo Burgio porti una ventata costituzionale e istituzionale

Sul Vannacci politico, invece, non voglio pronunciarmi. Non solo perché la politica non é il mio mestiere, ma anche purché non è oggetto di queste mie riflessioni. A giudicarlo saranno soltanto gli elettori. Democraticamente: secondo il dettato di quella Costituzione cui ha giurato osservanza, e che alcuni suoi sostenitori avrebbero dichiarato in chat, ispirandosi a Hitler e Mussolini, volere “gettare nel cesso”.

Resta tuttavia l’auspicio che il generale dei Carabinieri Carmelo Burgio, sceso nell’agone politico al suo fianco dopo una carriera militare di indiscusso profilo, possa portarvi non solo la capacità tecnica tanto decantata dal suo capo partito di fare “rastrellamenti a Milano” – che compete alle forze di polizia in servizio, e non al sindaco – bensì una salutare ventata costituzionale e istituzionale. Includendo l’abc di quella Militarità democratica e repubblicana che considero l’esatto contrario del militarismo: il primo è servizio, disciplina, onore, sobrietà e fedeltà alle libere istituzioni democratiche; il secondo ne è la caricatura. Sarebbe un servizio che Burgio renderebbe non solo al partito di Vannacci, ma all’intera collettività nazionale che ha servito per quasi mezzo secolo con disciplina ed onore.

Vista da Bruxelles, la questione assume una dimensione ancora più seria.

Putin ha recentemente dichiarato di scommettere sull’implosione dell’Europa. L’Italia dell’Unione europea è parte essenziale. E, fossi al Cremlino, mi fregherei le mani vedendo crescere la tentazione di rendere ideologiche e di parte – dopo interi pezzi della magistratura – anche le Forze Armate italiane. Sfaldarle e renderle divise, oltre che divisive, sarebbe un formidabile regalo a chi punta – e non solo da Mosca – sulla polarizzazione delle nostre democrazie, sulla delegittimazione delle istituzioni e sulla divisione delle società europee. E chi parla di Sun Tzu dovrebbe capirlo, ben distinguendo gli aspetti strategici da quelli puramente tattici e di bassa politica. Anche nella comunicazione istituzionale. Che non può ignorare guerra ibrida e cognitiva, per difendersi dalle quali, in questo caso più che in altri, svolge un ruolo importantissimo una comunicazione chiara sia all’esterno che all’interno delle Forze Armate. Senza ambiguità alcuna.

Le Forze Armate e le forze di Polizia devono continuare ad appartenere a tutti: a chi governa e a chi è all’opposizione, a chi vota a destra e a chi vota a sinistra o al centro, a chi voterà Vannacci e a chi non lo voterebbe mai. E a nessun altro partito dovrà venire in mente di creare il Vannacci in uniforme di sinistra o di centro. Nemmeno se l’uniforme fosse quella della Polizia di Stato, che non ha più status militare.

Dopo la voce chiara e forte di una Medaglia d’Oro al Valore Militare, per ricordare una cosa tanto elementare, quanto strategica per la tenuta democratica del nostro Paese in un momento drammatico sul pano geostrategico ed internazionale, rimarrebbe soltanto quella del Presidente della Repubblica, Capo supremo delle Forze Armate.

Ma speriamo davvero non divenga mai necessario. E la maggioranza delle reazioni sinora lette sulla stampa e sui social a supporto di Paglia incoraggiano questa speranza.

Grazie al Tenente Colonnello Paglia

Grazie, quindi, al Tenente Colonnello Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valore Militare – cui, da militare in congedo, seppur di grado superiore, rendo i dovuti onori – per aver ribadito pubblicamente ciò che tanti militari, in servizio e in congedo, continuano silenziosamente a considerare la propria bussola, che vogliamo ricordare una volta di più, soprattutto a chi potrebbe averla persa o dimenticata: non tradire mai, anche al prezzo della propria vita, il solenne giuramento prestato di “fedeltà alla Repubblica italiana, di osservanza della Costituzione e delle leggi, e di adempimento, con disciplina ed onore di tutti i doveri del proprio stato, per la difesa della Patria e la  salvaguardia delle libere Istituzioni”.


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