Vannacci e l’aborto: il dibattito che arriva dopo la legge e la teologia
Tra scorciatoie mediatiche e finti tabù, la Legge 194 e la teologia cattolica avevano già detto tutto sull'aborto. Molto prima dei proclami del generale
Roberto Vannacci. © Imagoeconomica
La riscoperta della ruota presentata come un’intuizione inedita è da sempre il grande classico della comunicazione politica nostrana. L’ossessione per il ribalta-tabù e la rincorsa alle contrapposizioni identitarie producono spesso un curioso effetto ottico: la pretesa di infrangere verità consolidate che le istituzioni e la storia hanno già sviscerato, normato e consegnato agli archivi decenni prima.
La rivoluzione del già visto (e già normato)
Quando la narrazione di Futuro Nazionale intesta a Roberto Vannacci la battaglia per proclamare all’opinione pubblica che “l’aborto non è un diritto”, l’operazione punta al consueto coinvolgimento della pancia mediatica. L’intento proclamato è quello di sfidare il conformismo culturale e smontare i dogmi del politicamente corretto. Il piccolo dettaglio, tuttavia, risiede nella cronologia dei testi: per affermare un simile concetto, si finisce semplicemente per mettersi in fila dietro a una letteratura teologica plurisecolare e a un impianto giuridico che conta quasi mezzo secolo sulle spalle.
Il Papa e le posizioni del Magistero
Sul piano teologico e morale, pretendere di scandalizzare il pubblico arrivando dopo la Chiesa cattolica è un’impresa che sfiora il paradosso. Papa Francesco, ad esempio, non usò perifrasi edulcorate per definire la posizione della Santa Sede sulla sacralità della vita nascente.
Nel 2018, durante un’udienza generale in Piazza San Pietro, il Pontefice utilizzò una metafora destinata a rimanere negli annali della comunicazione vaticana: «È come affittare un sicario per risolvere un problema». Nel settembre 2024, di rientro dal viaggio in Belgio, espresse nuovamente la medesima linea con la medesima nettezza: «Non dimentichiamo di dire questo: un aborto è un omicidio. Si uccide un essere umano».
Bergoglio ha espresso la posizione dottrinale della Chiesa con una durezza che il dibattito politico nostrano fatica persino a rincorrere, inserendola tuttavia in un quadro pastorale fondato sulla misericordia e la comprensione del dramma umano, ben lontano dall’uso della materia come slogan per accendere le tifoserie.
La Legge 194: un bilanciamento, non un dogma incontrollato
Ciò che rende la scorciatoia retorica dei proclami ancora più fragile è la distrazione verso il diritto positivo italiano. Proclamare di voler smentire il “dogma dell’aborto come diritto assoluto” significa combattere contro un fantasma giuridico: la Legge 194 del 1978 non ha mai configurato l’Interruzione Volontaria di Gravidanza come un diritto incondizionato o un mero strumento di controllo delle nascite.
La norma nacque esattamente per l’opposto: regolamentare, prevenire e porre precisi paletti legali e sanitari a una scelta drammatica, sottraendola alla piaga dell’aborto clandestino. L’articolo 1 stabilisce esplicitamente che l’IVG non è un mezzo di limitazione delle nascite e che lo Stato tutela la vita umana fin dal suo inizio. Nei primi novanta giorni l’accesso è condizionato a specifici indicatori di salute fisica o psichica, fattori economici o sociali, prevedendo peraltro un periodo di riflessione obbligatorio di sette giorni insieme al supporto dei consultori. Oltre tale soglia temporale, la procedura resta consentita esclusivamente in presenza di un grave pericolo per la vita della donna o di rilevanti anomalie del nascituro.
Il bilanciamento della norma
Sostenere che l’aborto non rappresenti un diritto incondizionato significa richiamare principi che il legislatore e il Magistero hanno già tracciato da tempo, ciascuno con la propria grammatica.
Lo Stato laico ha affrontato la questione nel 1978 individuando un punto di equilibrio normativo per sottrarre una materia complessa sia al dogma sia al far west della clandestinità. Ci si ritrova così sul campo di battaglia ad avanzare per sconfiggere un fantasma retorico, mentre le leggi dello Stato continuano a fare esattamente ciò per cui sono state scritte da quasi mezzo secolo: bilanciare, regolare e applicare la norma senza bisogno di fare rumore.
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