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Rubio contro l’Aia: “La Corte Penale Internazionale è una minaccia alla sovranità USA”

Il Segretario di Stato ufficializza le sanzioni nei confronti dei vertici della CPI

di Cinzia Rolli -

Giudice Akane


DALLA NOSTRA INVIATA

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha imposto sanzioni economiche e restrizioni sui viaggi contro i massimi esponenti della Corte Penale Internazionale (CPI), tra cui la presidente Tomoko Akane e il procuratore senior Abdoulaye Seye.

Queste misure punitive rappresentano una ritorsione di Washington contro i mandati di arresto e le inchieste della Corte riguardanti le azioni dei leader israeliani nella Striscia di Gaza e le passate operazioni militari degli Stati Uniti in Afghanistan.

Il provvedimento

Le misure restrittive varate dal Dipartimento del Tesoro statunitense colpiscono i due esponenti della CPI sia sul piano economico che su quello della mobilità personale.
Il provvedimento dispone il blocco e il sequestro immediato di qualsiasi bene, conto bancario o risorsa finanziaria riconducibile ai sanzionati all’interno della giurisdizione USA. Parallelamente, scatta il divieto assoluto per banche, imprese e intermediari finanziari americani di processare transazioni o erogare servizi in loro favore. Sotto il profilo degli spostamenti, ai due funzionari è precluso in modo totale l’ingresso e il transito sul suolo statunitense.

Rubio e la campagna diplomatica

Rubio ha avviato da tempo una campagna diplomatica per spingere i 125 Stati membri a ritirarsi dal trattato istitutivo, con l’obiettivo dichiarato di smantellare la Corte “mattone dopo mattone”.
Il capo della diplomazia di Washington ha accusato la Corte di essere un organismo sovranazionale corrotto e fatalmente politicizzato che ha abusato notevolmente e moralmente della sua autorità, oltrepassando il proprio mandato.
“Non tollereremo il suo attacco alla sovranità statale”, queste le sue parole.

Il silenzio della Casa Bianca

Né il Presidente Trump né la Casa Bianca hanno finora commentato quanto accaduto.
L’amministrazione del governo americano ha già annunciato però sanzioni contro almeno 11 funzionari della CPI inclusi 9 giudici.

La Corte Penale Internazionale ha fermamente respinto le misure, definendole sui canali ufficiali un “flagrante attacco” all’indipendenza e all’imparzialità dell’istituzione giudiziaria.
Ha inoltre dichiarato che rimarrà “impassibile e determinata” nel portare avanti il proprio mandato istituzionale, confermando che continuerà a indagare sui presunti crimini di guerra, inclusi i fascicoli su Israele e Gaza, senza farsi intimidire dalle coercizioni.

Un operato legittimo

La presidente Tomoko Akane e il magistrato Abdoulaye Seye hanno difeso la piena legittimità del proprio operato. La Corte internazionale ha infatti ribadito che, sebbene gli Stati Uniti non aderiscano allo Statuto di Roma, la giurisdizione si attiva regolarmente quando i crimini vengono commessi sul territorio di uno Stato membro, come nel caso della Palestina.

Numerose organizzazioni per i diritti umani hanno condannato le sanzioni dell’amministrazione Trump, definendole un tentativo di minare la giustizia internazionale e di proteggere i leader politici da responsabilità legali.

Le ONG denunciano in particolare un attacco all’indipendenza della Corte penale internazionale e un tentativo di intimidire i governi firmatari del Trattato di Roma.
Tre giudici della CPI: Kimberly Prost, Solomy Balungi Bossa e Reine Alapini-Gansou hanno intentato una causa contro il governo statunitense presso una corte federale di New York.

Sanzioni illegittime

Le magistrate definiscono illegittime le sanzioni subite lo scorso anno, denunciando il blocco dei propri conti bancari come una pressione illecita per condizionare le indagini sui crimini di guerra.
Vedremo se la strategia della Casa Bianca riuscirà davvero a svuotare la CPI dall’interno, o se l’ostilità di Washington finirà per compattare gli alleati europei e asiatici in difesa dell’indipendenza del tribunale dell’Aia.

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