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Politiche culturali? Professionisti del dietrofront

Dai Daspo ai rapper ai concerti annullati: la politica non conosce i linguaggi giovanili e si limita a subire la cronaca nera anziché provare a conoscere e governare i fenomeni

di Angelo Vitale -


La notizia riempie le cronache, il concerto di Tony Boy – all’anagrafe Antonio Hueber – a Palermo è annullato dopo il suo arresto a Milano per armi e droga: e le politiche culturali?

È la classica reazione a scoppio ritardato

Succede nelle amministrazioni pubbliche in ogni stagione, lungo lo Stivale. Si inseriscono nomi trasgressivi nei cartelloni senza alcun filtro preventivo, salvo poi cancellarli a scandalo avvenuto per inseguire l’opinione pubblica anziché definire per tempo uno straccio di policy.

Era successo nel 2024 con Niky Savage, i cui live a Bassano e Castelfranco furono annullati con i biglietti già in vendita. Il replay, con Tony Effe a Milano e Roma, al centro di polemiche sull’uso di fondi pubblici a Capodanno, o con Baby Gang e Simba La Rue, colpiti da Daspo e fogli di via che hanno costretto i promoter ad annullare i tour.

Vicende che svelano le contraddizioni nel rapporto tra istituzioni, mercato e giovani.

Un cortocircuito

Svela l’ipocrisia di un sistema che monetizza la trasgressione finché è profittevole, per poi ritrarsene sdegnato non appena sfocia nella cronaca giudiziaria. La trap, sul mercato discografico, funziona proprio perché racconta il margine, la violenza o lo sballo. Finché questi temi restano confinati su Spotify, il sistema accetta i soldi dei biglietti.

Quando scatta l’indagine o lo scandalismo dei media, subentra il panico reputazionale e la cancellazione diventa un lavacro di coscienza ex post. Una pulizia d’immagine per dimostrare all’elettorato adulto che l’autorità vigila sulla moralità pubblica.

Il riflesso proibizionista è la risposta più semplice a problemi complessi: proibire solleva l’amministrazione dal chiedersi perché migliaia di giovani si identifichino in narrazioni così nichiliste e violente, o dal vincolare il denaro pubblico a progetti alternativi.

È la spia di un profondo analfabetismo culturale

La politica non conosce i linguaggi giovanili, non legge i testi e si limita a subire la cronaca nera anziché provare a conoscere e governare i fenomeni. Cosa ha fatto arretrare in tal modo il fare politica?

Come siamo passati dalle rassegne d’avanguardia alla pochezza amministrativa attuale? Negli anni ’80 e ’90, gli assessorati alla cultura di grandi città (la Roma di Nicolini con l’Estate Romana, Torino o Bologna) usavano l’arte come vettore di sviluppo urbano, emancipazione sociale e identità politica.

Oggi quel modello orientato al futuro è concluso. Una spiegazione possibile di questo arretramento, nella transizione dalla politica culturale al mero marketing territoriale. La cultura non è più vista come uno strumento di crescita sociale delle periferie o dei cittadini, ma come una leva di attrazione turistica ed economica. Il Comune, qualsiasi Comune, si limita a fare da affittacamere o patrocinatore distratto di eventi privati, misurando il successo solo attraverso le prenotazioni alberghiere, i biglietti venduti e i passaggi sui social.

Un declino

Affonda le radici in fattori economici e burocratici precisi. Da un lato, i tagli sistematici ai bilanci dei Comuni e il blocco delle assunzioni hanno svuotato di competenze gli enti locali, che oggi dipendono dai privati e dalle grandi multinazionali del live entertainment, subendo passivamente i trend di mercato. Dall’altro, la cultura giovanile si muove oggi su canali digitali e algoritmi del tutto estranei alla burocrazia.

A questo analfabetismo si somma la dittatura della sicurezza tecnica: dopo la tragedia di Piazza San Carlo a Torino nel 2017 e i fatti di Corinaldo, la gestione degli eventi pubblici è diventata un labirinto di norme burocratiche che assorbe ogni energia dei Comuni, lasciando zero spazio alla sperimentazione culturale. Infine, la mancanza di una visione a lungo termine ha reso il panico morale l’unica vera bussola politica.

Si preferisce la rassegna sicura e nostalgica, evitando di rischiare con linguaggi di rottura. Una politica così ridotta a marketing e controllo, incapace di dialogare con i giovani se non con la scure della censura tardiva. Un silenzio istituzionale che svela il vuoto di idee dietro i proclami del decoro.

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