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I nodi critici della giustizia, parla il sostituto procuratore Anna Gallucci “Oltre il processo mediatico”

di Anna Tortora -


Dal caso Ranucci al Codice Rosso, fino ai limiti sulle intercettazioni e all’autoriforma della magistratura: l’analisi del Sostituto Procuratore Anna Gallucci tra tutela delle vittime, presunzione di innocenza e meritocrazia.

Dottoressa, sul caso Ranucci/Report: come si bilancia il diritto di critica giornalistica di programmi come Report con la tutela del segreto istruttorio e della figura del magistrato?

“I diritti di cronaca e di critica sono un presidio essenziale di trasparenza democratica. I casi a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi mostrano però quanto sia sottile il confine tra informazione e strumentalizzazione degli atti. Il segreto istruttorio tutela l’efficacia dell’indagine e la presunzione di innocenza di chi vi è coinvolto. Il problema non è la critica in sé, sempre legittima anche quando scomoda, ma la diffusione di atti coperti da segreto prima che siano legalmente conoscibili: questo può inquinare le prove, esporre le persone coinvolte e trasformare un’inchiesta in un processo mediatico anticipato.

Occorre responsabilizzare chi custodisce gli atti e che i media si impegnino a non diffondere ciò che non può essere conosciuto. Quanto al caso del dottor Ranucci, senza entrare nel merito, ritengo che i magistrati debbano evitare di lasciarsi andare a manifestazione di pubblico entusiasmo nei confronti di chi ricopre il ruolo di soggetto in un procedimento penale, anche se si tratta della persona offesa. Tra l’altro, la solidarietà andrebbe espressa anche ai tanti giornalisti che non hanno alle spalle coperture legali ed economiche e si battono lo stesso per raccontare la verità senza sconti a nessuno, anche a costo di querele temerarie, se non della propria incolumità”.

Qual è il limite oltre il quale le riforme sulle intercettazioni rischiano di compromettere l’efficacia delle indagini?

“Le intercettazioni restano uno strumento probatorio molto efficace, soprattutto per reati contro criminalità organizzata, fenomeni corruttivi e terrorismo, perché ricostruiscono dinamiche che difficilmente le testimonianze restituirebbero con la stessa forza.

Non bisogna però dimenticare che attraverso le intercettazioni telematiche (o il sequestro dello smartphone, peraltro sfornito delle stesse garanzie) si ottengono informazioni che vanno ben oltre quanto necessario per l’accertamento dei reati e che se finiscono nel circuito mediatico possono diventare strumento di delegittimazione o pressione politica, attraverso il taglia e incolla di singole frasi. Va, quindi, cercato un equilibrio nell’ambito dalla fisiologica dialettica tra poteri dello Stato, partendo dai problemi applicativi concreti e cercando soluzioni certe e durature”.

Violenza di genere: quali sono oggi i veri ostacoli del Codice Rosso nella protezione immediata delle vittime?

“Nel 2023, è stata introdotta la possibilità di procedere all’arresto quando esiste una prova documentale dei fatti, come un video. Rimangono però fuori i casi in cui la vittima sia stata appena aggredita e l’aggressore non si trovi più sul posto.

Se manca la prova documentale (per esempio perché la vittima è stata colpita e non ha fatto in tempo a fare una foto), in tali casi non si può procedere all’arresto immediato. Ampliare queste possibilità e abbandonare i semplici divieti (il cui rispetto finisce per gravare sulla vittima) sarebbe fondamentale. Occorrerebbe anche superare le rigidità dell’attuale sistema, che imponendo rigide scadenze, anziché rafforzare la tutela delle vittime rischia di burocratizzarla.

Nel rispetto della presunzione di non colpevolezza, infatti, occorre svolgere indagini a tutto campo, per intervenire immediatamente nelle situazioni di maggior allarme, fin dalle prime manifestazioni violente (es.: singola minaccia, danneggiamento, spesso sforniti di sanzione effettiva) e per stroncare sul nascere eventuali denunce strumentali (che possono avere ricadute sull’affidamento dei figli). Sono due facce della stessa medaglia”.

Dopo la bocciatura al referendum, la separazione delle carriere è un capitolo chiuso o la magistratura deve autoriformarsi?

“Resta aperta la necessità di una doppia riforma: interna, che il prossimo Consiglio Superiore della Magistratura auspico realizzi; esterna: con legge ordinaria. Legge e normativa interna dovrebbero perseguire obiettivi di chiarezza, meritocrazia e trasparenza. Rendere oggettivi e non suscettibili di svariate interpretazioni, ad esempio, l’organizzazione delle Procure, i criteri di nomina dei vertici degli Uffici, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità, il disciplinare. Senza confini chiari nell’ordinamento interno, si rischia di non essere tutti uguali e allora diventa inutile parlare di lotta al ’correntismo’.

La disciplina del nostro lavoro ha ricaduta diretta, a cascata, sulla qualità del servizio giustizia. Pensate ad un bravissimo medico che vi dovesse operare in un sistema sanitario che non funzioni. Il malfunzionamento del sistema potrebbe impedire al medico di operarvi in tempo e salvarvi la vita. Così è per le regole che riguardano la professione di noi magistrati rispetto al servizio giustizia che siamo chiamati a rendere al cittadino”.

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