L’Europa che unisce, e la forza dei 27 che non fa notizia
Che cosa divide i 27 Stati dell’Unione europea lo raccontiamo ogni giorno. Le divergenze sull’Ucraina, sull’immigrazione, sul bilancio, sul Green Deal, sulla difesa. Molto meno ci domandiamo che cosa continui a tenerli insieme. Eppure, proprio oggi, è forse questa la domanda più importante.
Un europeista di centro destra
Ne ho parlato con Massimo Balducci (Qui Bruxelles… del 27 maggio 2026), professore emerito all’European Institute of Public Administration di Maastricht, che ha diviso la propria attività tra ricerca accademica, formazione e consulenza per organizzazioni pubbliche e private, collaborando anche con Consiglio d’Europa, UNDP e Banca mondiale. Un europeista di centro destra convinto, ma certamente non incline a nascondere sotto il tappeto ciò che a Bruxelles non funziona.
L’Unione non è composta da popoli diventati improvvisamente uguali. È riuscita, invece, a costruire uno spazio comune tra nazioni che restano diverse per storia, lingua, interessi e sensibilità.
Balducci individua alcune fondamenta profonde: lo Stato di diritto, la cultura giuridica romano-germanica e soprattutto una particolare concezione dell’economia: non la giungla del mercato senza regole, ma quella “economia sociale di mercato” nella quale concorrenza, interesse collettivo e diritti fondamentali devono convivere.
Regole comuni e valori condivisi che diamo per scontati
Poi c’è la parte meno affascinante, ma forse più concreta: le regole comuni. Per Balducci, infatti, “la costruzione europea si basa tutta sul principio della conformità-compliance con alcuni principi fondamentali”. Regole che non sono soltanto burocrazia: significano sicurezza dei prodotti, tutela dei consumatori e concorrenza leale.
Un prodotto conforme agli standard europei può circolare oggi da Lisbona a Tallinn senza ventisette diverse procedure di import-export. Per le piccole imprese italiane significa essere dentro uno dei maggiori mercati integrati del pianeta quasi senza accorgersene. Un vantaggio enorme, diventato invisibile proprio perché siamo ormai abituati ad averlo e lo diamo per scontato. Mentre scontato non lo è affatto.
Gli innegabili errori di Bruxelles e la sfida della compliance
Naturalmente Bruxelles è capace anche a sbagliare. Produce talvolta troppa burocrazia e può assumere quell’atteggiamento “didattico” verso gli Stati membri criticato dallo stesso Balducci. Ma criticare ciò che non funziona è cosa ben diversa dal negare tutto ciò che invece funziona, e non vediamo perché lo diamo per scontato.
La vera sfida è quindi trasformare le regole comuni in comportamenti concreti. “La sfida è proprio la compliance”, osserva Balducci: la conformità dei microcomportamenti quotidiani agli standard europei. Un terreno sul quale l’Italia continua ad avere molto da recuperare.
Bruxelles non é un bancomat ma banca di valori
Anche la politica di coesione viene spesso raccontata come un gigantesco bancomat europeo. Ma non lo è, perché – ricorda Balducci – “a Bruxelles non ci sono soldi!”: il bilancio dell’UE non arriva all’1% del suo PIL. La forza dei fondi europei consiste soprattutto nel metodo e nella capacità di indurre amministrazioni e territori a cambiare comportamenti.
Poi ci sono l’Erasmus, la libertà di studiare, lavorare, viaggiare e vivere altrove. Balducci, che l’Erasmus lo ha vissuto da docente, lo riassume efficacemente: “Ci si sente olandesi ma anche europei un po’ come i lombardi si sentono lombardi e italiani”. Identità che si sommano, dunque, senza cancellarsi, e che fanno la ricchezza di un’unione nelle diversità. Fatta in otto decenni di pace, a fronte di secoli di guerre che hanno insanguinato il continente.
Mosca e Washington puntano sull’implosione Ue
Tutto questo assume un significato ancora maggiore mentre da Mosca – ma anche dalla Washington trumpiana, diciamolo – si insiste sulla fragilità, sulla decadenza e sulla possibile implosione e disgregazione dell’Unione. È parte di quella guerra ibrida e cognitiva che punta molto sulle nostre divisioni, amplificandole sino a farci dubitare della nostra stessa capacità di stare insieme.
La migliore difesa non consiste nel nascondere i difetti dell’UE. Consiste nel conoscerli, correggerli e contemporaneamente prendere coscienza della forza che 27 Stati uniti rappresentano. Perché la guerra cognitiva si combatte anche evitando di diventare inconsapevoli megafoni della narrazione di chi ci vuole deboli, divisi e convinti della nostra irrilevanza.
Facciamo funzionare il tanto che già abbiamo
Balducci suggerisce allora una strada molto pragmatica: “far funzionare quello che già abbiamo piuttosto che porsi obiettivi impossibili”. Ventisette sistemi fiscali possono restare diversi. Ventisette identità nazionali possono restare orgogliosamente tali. Ma mercato, diritti, sicurezza, ricerca, mobilità e grandi sfide globali richiedono sempre più spesso una massa critica europea.
L’Unione non è perfetta. Nessuna costruzione umana lo è. Ma sarebbe singolare, per rimediare all’acqua sporca che certamente esiste, gettare via anche il bambino.
Quel bambino è settant’anni di integrazione europea. Ma soprattutto è il presente e il futuro di noi europei, dei nostri figli, dei nostri nipoti e dei nostri pronipoti.
Prima di dichiararlo malato terminale, converrebbe ricordarsi di quanto è già riuscito a fare. E di quanto, divisi, rischieremmo di perdere.
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