L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



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Due pilastri e dieci comandamenti contro il femminicidio

di Priscilla Rucco -


“Dobbiamo fermare prima la mano che uccide, perché non vogliamo più contare le morti per femminicidio”. È l’appello di Catia Acquesta, presidente dell’associazione Alleati con Te, che nella Chiesa degli Artisti di piazza del Popolo ha coordinato oggi gli Stati Generali contro il Femminicidio e la Violenza di Genere. Sul tavolo un documento strutturato in due parti: dieci comandamenti e due pilastri per fermare una scia di sangue che ha segnato di rosso questa estate.

La preghiera è stata celebrata da S.E. mons. Antonio Staglianò, rettore della chiesa, per le vittime dell’agosto 2026 e per le donne uccise dopo aver visto calpestata la propria dignità. Nomi scanditi uno per uno: Maria, Tania, Ornella, Michela, Joanna, Carmela, Maria Vittoria. Davanti a quel dolore, ha spiegato Acquesta, le parole di cordoglio non bastano: il documento, dice, è una ricetta salva-vite da costruire con le Istituzioni.

Il primo pilastro: la cultura della dignità personale

Il primo pilastro è la cultura della dignità personale. L’idea è che il femminicidio non si prevenga solo alzando le pene, ma insegnando fin dall’infanzia che l’altro non è un oggetto di nostra proprietà. Da qui la richiesta di renderla materia trasversale e obbligatoria in sei luoghi della vita quotidiana.

Nelle scuole, per smontare stereotipi di possesso e gelosia e insegnare il valore del consenso. Nelle università, per formare medici, avvocati, docenti e assistenti sociali capaci di leggere anche la violenza psicologica ed economica, non solo fisica. Nei luoghi di lavoro, dove la violenza è molestia, demansionamento punitivo e ricatto, con protocolli veri per chi denuncia. Nei presidi delle forze dell’ordine, perché la prima denuncia è il passaggio più fragile e va accolta senza colpevolizzazioni. Nei pronto soccorso e nei consultori, dove un livido spiegato male o accessi ripetuti sono spesso l’unico segnale d’allarme che deve essere immediatamente riconosciuto. E nelle chiese, come punti di ascolto non giudicante, nel rispetto della laicità dello Stato.

Il Garante nazionale delle vittime di violenza

Il secondo pilastro è l’istituzione di un Garante nazionale delle vittime di violenza. Leggi importanti come il Codice rosso esistono, ma manca un “regista”: le norme sono applicate in modo diverso da Trieste a Palermo e le vittime non sanno a chi rivolgersi quando la rete locale non è all’altezza di affrontare con rapidità ed efficienza la violenza. L’autorità indipendente – sul modello del Garante per l’infanzia – dovrebbe vigilare su ordini di allontanamento, divieti di avvicinamento, braccialetti elettronici e ammonimenti, segnalando rapidamente al Parlamento ritardi e prassi difformi. Dovrebbe poi offrire un riferimento unico, con risposta entro 48 ore e presa in carico del caso, coordinare centri antiviolenza, case rifugio, procure, servizi sociali e ospedali con protocolli uniformi e una banca dati protetta, così che nessuna donna debba raccontare dieci volte la stessa storia, e reggere un osservatorio permanente, oggi assente, capace di contare vittime e tentati femminicidi.

Femminicidio, le voci delle istituzioni e delle vittime

Sulla solitudine delle vittime interviene in esclusiva per L’identità la senatrice Susanna Donatella Campione, della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio: “La prima cosa che fa l’uomo violento è isolare la sua vittima. In questo modo diventa l’unico riferimento della donna che così, giorno dopo giorno, diventa sempre più preda del suo aguzzino. Per questo è molto importante che la donna che subisce violenza non venga lasciata sola. È fondamentale che sia circondata da una rete familiare, amicale, di vicini, colleghi e conoscenti che possano darle la forza di uscire dal meccanismo della sopraffazione. L’appello è alla solidarietà: di fronte a una donna in difficoltà nessuno deve voltarsi dall’altra parte”.

Netta anche Stefania Pezzopane, consigliere comunale dell’Aquila, che al nostro giornale dichiara: “Sono qui per reagire insieme e con energia. Serva una vera rivoluzione culturale. La violenza maschile ed i femminicidi hanno radice in una cultura patriarcale e del possesso, servono buone leggi, serve applicarle, serve una rete antiviolenza diffusa e capillare e serve diffondere cultura del rispetto”.

Sul fronte della prevenzione insiste Mariastella Giorlandino, presidente della Fondazione Artemisia: “Le mamme devono amare le proprie figlie, devono insegnare loro fin da piccole quanto valgono. Chi riceve affetto sin dall’infanzia impara a riconoscere il rispetto e non finirà mai vittima di abusi”.
Ai lavori hanno preso parte anche il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, il questore di Roma Roberto Massucci, il magistrato Andrea Giordano, la deputata Stefania Ascari, la scienziata Annamaria Colao, Giuseppe Bonadonna e due donne scampate alla morte, Filomena Di Gennaro e Antonietta Proietti. Saranno loro gli ambasciatori della dignità.

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