Clima: cosa ci insegna questa estate in emergenza?
Nove regioni in emergenza prima ancora che l'estate finisca
Il clima che cambia non è più un’emergenza: benvenuti nella nostra nuova, calda quotidianità.
Emergenza
Finora, era ogni evento straordinario, improvviso e temporaneo. Ma cosa succede quando l’eccezione diventa la regola?
Nel solo 2026 l’Italia ha già collezionato una sfilata di decreti: lo stato di emergenza deliberato a gennaio per Calabria, Sardegna e Sicilia per il ciclone Harry, a marzo per Abruzzo, Basilicata, Molise, Puglia, fino a Toscana e Lombardia. Nove regioni in emergenza prima ancora che l’estate finisca.
Eppure continuiamo a trattare questa realtà strutturale come una somma di incidenti meteo isolati. La fisica ci spiega che a mutare non è solo la termodinamica del pianeta (calore e vapore dai gas serra), ma la dinamica dell’atmosfera. L’anticiclone africano si sostituisce stabilmente a quello delle Azzorre, modificando la circolazione dell’aria sul Mediterraneo.
Così devia le piogge e accumula energia termica nei mari, pronta a scaricarsi in tempeste violente. I record ravvicinati non sono anomalie isolate, ma il segnale di una distribuzione probabilistica ridefinita.
Il Piano senza fondi
A fronte di questa evidenza l’errore più grave l’assenza di un ancoraggio economico e programmatico. Si discute della manovra di bilancio 2027 ignorando che la transizione è già un vincolo finanziario.
L’Italia possiede un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici approvato nel dicembre 2023: un catalogo imponente di 361 azioni a protezione di infrastrutture, agricoltura e salute. Peccato che sia rimasto lettera morta, privo di coperture finanziarie e rallentato da una burocrazia che ha impiegato due anni solo per istituire il comitato di attuazione.
Un pericoloso controsenso economico insostenibile per la finanza pubblica. I costi dell’inerzia si misurano in danni materiali precisi, come le diecimila automobili distrutte dalla supercella di Cremona.
Cosa fare?
Adattarsi significa riprogettare lo spazio pubblico: depavimentare le strade, gestire i canali di drenaggio e piantare alberi E orientare i fondi europei 2021-2027 e 2028-2034 su queste priorità non è ambientalismo ideologico, ma elementare difesa del territorio.
Finché tratteremo gli scienziati e gli economisti come petulanti Cassandre da ascoltare a catastrofe avvenuta, resteremo vittime di una cecità autoinflitta. La sfida – bisogna prenderne atto – non è fermare il cambiamento, ma imparare a governarlo. Ogni singolo giorno.
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