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Cultura & Spettacolo

Mamma, ho ucciso un uomo. Si chiamava Freddie Mercury

Ottanta anni fa nasceva il genio che ci ha lasciato la canzone più bella di sempre. Impossibile immaginarlo oltre il mito.

di Andrea Fiore -


Il 5 settembre del 1946 nasceva a Zanzibar l’artista più iconico della musica contemporanea.

Nonostante oggi ci sia la possibilità di creare video o ologrammi di chiunque e a qualsiasi età con l’intelligenza artificiale, risulta impossibile poterlo immaginare ottantenne.

Il perché è evidente. Freddie Mercury non ha vissuto seguendo la logica della conservazione, ma ha incarnato l’essenza stessa della combustione: una intensità assoluta che consumava tutto lo spazio, il tempo e l’energia a sua disposizione, rifiutando ogni forma di compromesso o di rallentamento.

Ciò che rendeva la sua traiettoria incompatibile con una lunga durata era il suo approccio totale all’arte e alla vita. Sul palco non c’era mai un grammo di risparmio energetico, come se ogni esibizione potesse essere l’ultima.

Questa voracità si rifletteva anche nella vita privata e nella spinta creativa dei Queen: un’urgenza continua di superare i confini, di mescolare opera lirica e rock, esagerando con le scenografie, i costumi e le aspettative. Non c’era un “piano a lungo termine” per invecchiare in tranquillità, perché la sua cifra stilistica era l’eccesso irripetibile.

Anche nella fase finale della sua vita, segnata dalla malattia, questa filosofia ha trovato la sua massima e tragica coerenza. Invece di ritirarsi a vita privata, ha accelerato il passo, chiudendosi in studio con i compagni di band per registrare quanta più musica possibile (immortalato in album come Innuendo).

La sua non è stata una vita troncata per errore, ma il compimento logico di un’esistenza destinata a non stabilizzarsi mai e a bruciare intensamente, lasciando una scia luminosa impossibile da dimenticare.

Di lui è rimasto tutto, solo il tempo — forse — potrà scolorire l’uomo e le sue canzoni, ma non l’attacco di pianoforte di Bohemian Rhapsody. Quella nota iniziale non è musica: è uno sparo nel buio, un gesto che attraversa le epoche. Nei secoli dei secoli. Amen.

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